A Waterloo un imprevisto cambiò il corso della storia

A Waterloo un imprevisto cambiò il corso della storia
19 Giugno Giu 2017 10 giorni fa

In un volume di Cantarella i grandi fatti vengono riletti alla luce di eventi casuali

Molti decenni or sono ebbe larga (e meritata) fama un geniale pensatore, Adriano Tilgher, oggi purtroppo ingiustamente dimenticato, il quale, intingendo il pennino nell'inchiostro all'acido prussico della polemica, scrisse pagine efficaci e divertenti contro la pretesa di taluni storici di cercare un «senso» compiuto negli avvenimenti, eliminando o ridimensionando il ruolo del «caso» o della «imprevedibilità». Tilgher non era uno storico, ma piuttosto un filosofo e un moralista, che, partendo da una posizione speculativa relativistica, aveva ingaggiato una battaglia contro le certezze dello storicismo, contro l'idea che lo svolgersi della storia abbia un «senso» preciso per quanto nascosto e, naturalmente, contro quella che oggi viene definita la «storia controfattuale», cioè la storia non realizzata ma che avrebbe potuto realizzarsi.

Gli scritti polemici di Tilgher sulla storia e sull'«antistoria» mi sono tornati alla mente leggendo un delizioso volume di Glauco Maria Cantarella dal titolo Imprevisti e altre catastrofi. Perché la storia è andata come è andata (Einaudi, pp. 198, euro 26) che può essere sfogliato, con diletto e con profitto, anche in maniera non sistematica. Cantarella, a differenza di Tilgher, è uno storico di professione, un medievista per l'esattezza, noto fra l'altro per un bellissimo saggio su I monaci di Cluny (2006). E non a caso, la maggior parte degli episodi e dei personaggi trattati nel suo nuovo volume riguardano il Medio Evo, pur se non mancano incursioni nella storia moderna e contemporanea. La tesi del volume è che la storia non può essere scritta con il ricorso a degli «schemi», quali che siano, perché gli schemi al più «possono essere utili per inquadrare, cogliere analogie, proporre paradigmi di interpretazione». La storia, secondo l'autore, è sempre «costituita di eventi o fatti»: e poco importa se questi possano apparire anche irrazionali o frutto dell'imprevisto.

La battaglia di Waterloo, per esempio, venne decisa dalla combinazione di un «imprevisto meteorologico», il violentissimo acquazzone che aveva reso impraticabili i campi, e di un «imprevisto più imprevedibile», ovvero «l'istinto di sopravvivenza»: all'improvviso, infatti, le truppe francesi incalzate dai prussiani «decisero di sopravvivere» e si dettero, cosa mai successa, a una fuga precipitosa che trasformò in sconfitta clamorosa una battaglia che a Napoleone, persino nell'esilio di Sant'Elena, continuò a sembrare, dal punto di vista militare, destinata a esito ben diverso. E, a proposito di imprevisti, che dire, poi, di quel caffè offerto dalla diciottenne Anita al trentaduenne marinaio Giuseppe Garibaldi? Fu un caffè che innescò una passione travolgente e mutò la vita di una giovinetta sudamericana, maritata con un uomo parecchio più anziano di lei, e la trasformò nell'avventurosa e ardita compagna dell'eroe dei due mondi.

Ci sono talvolta, forse più di quanto non si pensi, l'amore e la passione all'origine di taluni comportamenti e di taluni fatti. Ma anche la morte che, per quanto sia il più prevedibile degli eventi, può giungere in maniera imprevista e determinare grandi conseguenze. Dopo il sacco di Roma, per esempio, Alarico, diretto probabilmente verso l'Africa, morì all'improvviso nei pressi di Cosenza e fu sepolto nel Busento tra le lacrime dei suoi come ricorda la celebre ode di Giosue Carducci, in realtà traduzione di quella di von Platen: «Alarico i Goti piangono,/ il gran morto di lor gente./ Dove l'onde prima muggivano,/ Cavan, cavano la terra;/ e profondo il corpo calano,/ A cavallo, armato in guerra». Dopo quella morte improvvisa e quella sepoltura, i Visigoti finirono per andare in Spagna, anziché nei territori africani. Gli esempi potrebbero continuare e il libro di Cantarella ne fa tanti, tantissimi, chiamando in causa Ottone III e Riccardo Cuor di Leone, Enrico IV e Federico II di Svevia e via dicendo in un affascinante caleidoscopio storico di uomini e vicende.

Si potrebbe pensare che questo bel volume sia il raffinato e gustoso divertissement di uno storico colto che ama la bella scrittura e il racconto aneddotico. In realtà non è così. Dietro i racconti e i ritratti di Cantarella c'è una lezione metodologica: l'idea che non si debba cedere alla suggestione di «ragionare sul nulla» immaginando quali sarebbero stati gli eventi se le cose fossero andate altrimenti. È una lezione che mette da parte i falsi moralismi: «La storia è stata vita. Non è né brutta né bella, né buona né cattiva, non le si adattano i giudizi estetici ed etici. È solo normale e banale, cioè spesso sconsolante, crudele e indifferente. Perché è fatta dagli uomini e dalla fragilità degli uomini, che noi amiamo chiamare caso».

Una conclusione, per molti versi, simile a quella cui il filosofo Adriano Tilgher era pervenuto nei suoi sapidi scritti destinati a enigmi e personaggi della storia.

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