Le Pen, il Front e 8 piccoli indiani

Le Pen, il Front e  8 piccoli indiani
20 Giugno Giu 2017 9 giorni fa

È il miglior risultato da 30 anni, ma è una magra consolazione

«Molti nemici molto onore» recita un antico detto, ma se i nemici sono troppi la sconfitta è certa e l'onore lascia il tempo che trova. Marine Le Pen doveva vincere contro i socialisti; contro i post-gollisti; contro Jean-Luc Mélencohn, che la insidiava da sinistra; contro Emmanuel Macron, che la insidiava dal centro e dalla destra; contro il minacciato assenteismo alle urne, mai rivelatosi così gigantesco nella sua attuazione (il 57% di non votanti); contro un sistema elettorale che favorisce la governabilità a scanso della rappresentatività; contro il suo stesso partito, litigi, colpi bassi, vecchi fantasmi. A fronte di tutto ciò porta a casa la propria elezione e un pugno di deputati, otto, insufficiente però a formare un gruppo. È il miglior risultato da un quarto di secolo a questa parte, ma è una magra consolazione.

Un sondaggio dell'Ipsos, a ridosso del primo turno delle presidenziali, aveva già fotografato quello che poi sarebbe successo. Il 70% degli intervistati era diffidente rispetto alla propria classe politica, più del 50 voleva un candidato «per la gente e contro le élites», il 51 era per la priorità dei francesi sul posto di lavoro, il 69 voleva regolamentare le frontiere... E però, di fronte alla domanda chiave se fosse necessario un cambiamento radicale per ottenere tutto questo, solo il 40 aveva detto sì. Cambiare tutto per non cambiare niente, applicare vecchie ricette con nuove teste sembrava insomma essere la risposta maggioritaria di quei francesi divisi fra la loro adesione ai valori dominanti e la constatazione di un declino nazionale. Il sistema elettorale si è incaricato di tradurla, dando pieni poteri a un presidente che con il 30% dei voti del 50% del corpo elettorale si prende la maggioranza assoluta, la democrazia dell'oligarchia insomma.

Se e come funzionerà è presto per dirlo, e non è comunque materia di questo articolo. Più interessante è chiedersi se il trionfo del «globalista-europeista» Macron rappresenti l'inizio della fine dei cosiddetti «populisti-sovranisti».

Una prima osservazione è che in Francia il populismo si è, come dire, splittato, andando a ricreare nel suo interno la vecchia dicotomia destra-sinistra. C'è d più, quello della France insoumise di Mélenchon ha una consistenza di gran lunga superiore al Front National, all'incirca il doppio dei deputati e un gruppo parlamentare a sé. Ciò significa che non solo il Front National non ha più il monopolio di quel terreno, ma che difficilmente in futuro ci potrà essere per i due schieramenti una convergenza sia elettorale sia politica. Se si calcola che al primo turno delle presidenziali avevano rappresentato in totale il 40% dell'elettorato, si capisce come si tratti di un'opposizione forte, ma sterile, la somma impossibile di due debolezze.

La seconda osservazione è che il populismo-sovranismo per crescere ha bisogno della decadenza. È una sintesi brutale, ma rende l'idea. Ciò obbliga i suoi rappresentanti a sperare che le ricette economiche, politiche, sociali di chi governa si rivelino fallimentari, ma provoca anche una preoccupante carenza di analisi e di alternative plausibili. Questo inserisce il terzo elemento. Il populismo-sovranismo interpreta le ansietà e i disagi dei cosiddetti perdenti della globalizzazione, ma non riesce a convincere chi, pur preoccupato per la profondità della crisi, non è ancora nella condizione piscologica di accettare un cambio tanto radicale quanto imprevedibile. C'è di più: quel disagio, elettoralmente, si concretizza soprattutto nell'astensione, nel non voto, è una protesta passiva, è il rifiuto di un sistema, ma non l'adesione convinta a un sistema alternativo.

Tutto, in conclusione, finisce per girare intorno alla questione dell'euro e qui i populisti-sovranisti debbono farsi un bell'esame di coscienza, perché lo sbandieramento di un'uscita di cui si sa l'impossibilità pratica a livello nazionale, mette il piombo nelle ali di qualsiasi possibilità di allargamento elettorale e predispone a una battaglia partitica che soddisfa soltanto chi con quella battaglia si assicura un posto in parlamento. È insomma il trionfo della partitocrazia e non dell'interesse nazionale.

Ai francesi si sa, piacciono le rivoluzioni quanto il bonapartismo; le prime incarnano le sue passioni più profonde, il secondo il freno che le corregge e le incanala in una sorta di edonismo nazionale tinto di grandeur. Macron in fondo ha vinto perché scongiurando la prima permetteva però di sognare il secondo. Bisognerà vedere se riuscirà a incarnarlo e il sovranismo potrà avere un seguito solo se quell'incarnazione si rivelerà una finzione senza sostanza. Ma, nell'attesa, si deve attrezzare e studiare. Se l'estremismo è stata la malattia infantile del comunismo, il semplicismo rischia di essere la malattia senile del populismo.

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