Se Goethe e il principe De Curtis erano accomunati dalla massoneria

Se Goethe e il principe De Curtis erano accomunati dalla massoneria
20 Giugno Giu 2017 20 giugno 2017

Un volume ricostruisce l'avventura «in loggia» del grande attore

Che c'è in comune tra Goethe e Totò? Apparentemente proprio nulla, eppure tra le stravaganze della storia entrambi sono stati massoni. Ancora troppo poco, è vero. Ma tra gli sporadici discorsi che Goethe tenne nella Loggia Anna Amalia delle tre Rose di Weimar (in cui fu iniziato il 23 giugno 1780) ce n'è uno che potremmo intitolare La livella, come la più famosa poesia del Principe Antonio de Curtis, in arte e per tutti noi e sempre: Totò. La celebre orazione di Goethe in loggia avvenne il 15 giugno 1821 in occasione della commemorazione di alcuni «fratelli» scomparsi. Ciò che Goethe esalta, è proprio la forza sublime della «livella» (antico simbolo massonico): la morte che tutti ci fa eguali, così in loggia come al cimitero. In loggia - siamo ancora nell'Ancien Régim - aristocratici, borghesi, nobili e artigiani, tutti fratelli (più o meno, s'intende). Questo era il grande fascino che la massoneria settecentesca esercitò, in Germania, su Goethe, Mozart, Lessing, nonché su principi e sovrani, tra cui Federico II di Prussia. Diversa è la storia della massoneria in Italia, con alti (Garibaldi, Carducci, eppure Totò) e bassi (Licio Gelli).

L'avventura massonica di Totò è stata ora ricostruita in un bel libro di Ruggiero di Castiglione, Totò massone (Athanor), che accenna proprio a quel principio goethiano della «livella», che suggerisce agli uomini l'antica sapienza della tolleranza e dell'ironia, quell'ironia ben nota a Antonio de Curtis/Totò, che riuniva in sé, in stupenda disarmonia, il Principe e il comico, il nobile e il guappo, il raffinato e il lazzarone, o per dirla con 'a Livella: «Il nobile marchese Signor di Rovigo e di Belluno, ardimentoso eroe di mille imprese ed Esposito Gennaro - netturbino». Vi è nella personalità di Totò proprio una diagonale che unisce gli estremi opposti della vita. È la stessa intuizione di Goethe, per cui in loggia e nella tomba sono tutti uguali, tutti «fratelli».

Totò, con la sua ironia «diagonalmente» incontra uno personaggio che è il suo diretto e invisibile predecessore: Mefistofele. Il Padre Eterno, accogliendolo in cielo, lo chiama Schalk, il Beffardo, dicendogli: «Qui sarai sempre libero di comparire». Chissà dove si trova ora Totò, ma certamente anche lui sarà sempre libero di comparire in paradiso.

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