Shopping mon amour

Shopping mon amour
27 Giugno Giu 2017 27 giugno 2017

Acquistatrici compulsive o razionali? Siamo tutte potenziali Rebecca Bloomwood? Che cosa preferiamo comprare quando siamo tristi?

Sono ingrassata e l'abito dello scorso anno non mi entra più, vado a fare shopping per dimenticare. Il mio capo ha promosso il collega incompetente e non me, vado a fare shopping per dimenticare. Ho scoperto che il mio uomo mi tradisce con la mia migliore amica, vado a fare – molto, moltissimo – shopping per dimenticare. Non è un luogo comune, è vero. Quando qualcosa nella vita di una donna non va per il verso giusto, quando la stanchezza ci morde i talloni e non vuole lasciarci andare, quando siamo in preciclo (e quindi, ipso facto, depresse), quando l'ansia di essere una moglie perfetta, una manager sempre brillante ed efficiente, una tigre del ribaltabile a letto e una mamma da manuale ci distrugge, le donne fanno shopping.

E non si limitano al canonico shopping in boutique. Armate di carta di credito, tablet, smartphone e computer, conoscono e sperimentano spesso e con grande gusto il piacere di acquistare online, fendendo il mouse come un guerriero la spada, alla conquista di scarpe, borse, abiti, accessori, viaggi, oggetti per la casa, libri, musica, prodotti beauty, case-libri-auto-viaggi-fogli-di-giornale. Eh già perché toglietevi dalla testa che fare shopping significhi soltanto acquistare borsette.

Quando lo fanno, le donne non pongono limiti all'immaginazione e al desiderio, non mettono un freno alla loro bramosia di possedere per riempire un vuoto creato da uno dei problemi di cui accennavamo sopra. Acquistatrici compulsive e seriali? In realtà, non tutte. Perché se da una parte c'è chi compra, compra e compra cose-a-caso (online per non “perdere l'attimo di depressione”) per sconfiggere l'ansia (qualcuno anche abiti di taglie sbagliate, sperando di dimagrire o ingrassare all'occorrenza, o scarpe di un numero più piccolo chiedendosi se per caso il mignolo è poi così indispensabile), c'è anche chi riempie carrelli virtuali e li tiene lì, onde poi, una volta passata l'ansia, valutare se è il caso o no di comprare. Ma soprattutto c'è chi, quando si cura con la shopping terapia, si dedica a comprare cose ben specifiche.

Scarpe, soprattutto. Perché per le scarpe non chiedono mai la taglia e se cambi peso loro non se ne accorgono, perché nutrono l'ego, facendoci sentire immediatamente bellissime, perché un abito può starti anche male – e contribuire quindi ad aumentare il senso di disagio e frustrazione -, mentre un paio di sandali mai, perché le scarpe “sono la risposta a tutti i problemi della vita”. Stesso discorso vale per le borse. Certo, poi, c'è anche chi prova soddisfazione inenarrabile anche acquistando abiti, guerriere indomite che non si arrendono e che se una camicetta o una gonna non cadono alla perfezione, tante ne provano fino a quando non trovano quella giusta, quella che fa tornare il sorriso.

Esiste poi un'altra categoria di donne, che definiremmo – con qualche ovvio adattamento, non ce ne vogliano i puristi della disciplina filosofica - le stoiche dello shopping. Le stoiche dello shopping riescono a gestire e controllare le passioni, cercano di tacitare la smania di compare ogni cosa e a qualunque costo, ma non vogliono rinunciare comunque ad un acquisto consolatorio. Sono quelle donne che fanno una shopping terapia razionale e controllata, danno un'occhiata al conto corrente e poi scelgono su cosa indirizzarsi: solitamente fiori, libri, musica, profumi, creme e prodotti beauty che per quanto costosi, rimangono pur sempre un lusso accessibile, soprattutto se paragonato al costo medio di una borsa di Valentino o ad un abito di Dolce & Gabbana.

Siamo quindi tutte delle potenziali Rebecca Bloomwood (shophaolic, protagonista del libro I Love Shopping di Sophie Kinsella, N.d.r.)? No. C'è una piccola parte di donne che costituisce la famosa eccezione che conferma la regola: le pentite, ovvero quelle che si sono redente perché hanno capito che riempire un vuoto comprando genera soltanto dei mostri, che si concretizzano in un armadio degli orrori, stipato di capi e accessori acquistati a caso, diventati catene, ricordi di momenti dolorosi che non si vogliono più avere sotto gli occhi ogni mattina.

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