La vera vittima della globalizzazione è il "piccolo popolo" delle province

La vera vittima della globalizzazione è il piccolo popolo delle province
4 Luglio Lug 2017 04 luglio 2017

Negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue Ma la partita si sta giocando ben lontano dalle aree metropolitane

Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamé. In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all'Eliseo, l'autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere - disse - un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell'élite globalizzata. Eppure provengo anch'io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.

Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l'autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d'en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l'icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne.

Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l'ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j'accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l'accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.

Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città - spiega Guilluy - abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d'opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell'Esagono, veri sconfitti della globalizzazione.

Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi».

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