Solstad e la vita insulsa orfana della tragedia

Solstad e la vita insulsa orfana della tragedia
4 Luglio Lug 2017 04 luglio 2017

Il protagonista del libro dell'autore norvegese si confeziona un inutile surrogato di destino

Dopo 25 anni dalla prima edizione è finalmente uscito in Italia il romanzo del norvegese Dag Solstad sul Contemporaneo, questo mostro che molti descrivono come tentacolare e altri come vuoto pneumatico. Solstad è abile a sfatare certe divisioni e in fondo il suo libro verte proprio su questo. Un tema moderno affrontato con strumenti classici. Dimostra come metà della nostra vita sia finzione e l'altra metà uguale a quella degli altri nelle istanze essenziali. Aspirazioni che solitamente hanno gli autori sinistrati, moralisti, che ci vogliono tutti uguali per toglierci intuizioni e iniziative personali.

Il fatto è che Solstad (76 anni fra pochi giorni) conosce la sfera dell'universale e la utilizza per decifrare l'ultima ora della storia. Per lo scrittore la vita, pure costellata di fatti tragici, è pericolosamente vuota di tragedia, vale a dire di una qualche visione d'insieme. I rapporti di causa-effetto evaporano nell'opale gassoso delle illusioni. Così oggi non sarebbe possibile compiere scelte illuminate perché non c'è nessuna realtà sufficientemente condivisa cui attingere, e molte delle strade che intraprendiamo sarebbero doni occasionali che facciamo a noi stessi in quanto individui volenterosi ma costretti a vivere sempre nel sospetto che si sarebbe potuto fare meglio in una società più coesa.

Per esempio, il personaggio protagonista di Romanzo 11, libro 18 (Iperborea, pagg. 187, euro 16,50, traduzione di M. D'Avino), Bjorn Hansen, è talmente ignaro della ragione per cui si è trovato a fare l'esattore delle tasse nella piccola città in cui si è trasferito, che se ne crea una apparente aggiungendovi ogni volta un particolare, costruendo da sé un tentacolo alle proprie percezioni con la speranza di rendere invisibilmente propria una lunga mano che agisca nella sua vita al posto suo. Confeziona un surrogato del destino che si rivelerà inutile. Ogni ripetizione di nomi e fatti è finalizzata a stratificare un autoconvincimento sotto cui continua a mancare un vero motivo per fare tutto. Bjorn lascia moglie, figlio, una carriera brillante e non sa perché. Si innamora, segue l'amante e insieme condividono un'esistenza piacevole per anni. Ma quando gli altri uomini smettono di trovare desiderabile la sua compagna, la cartina diafana attraverso cui osserva la vita prende fuoco.

È descritta così l'insensatezza di interi anni. Relazioni e carriera sono appena la patina di un senso. A dispetto della reiterazione dei gesti che riempie l'esistenza troppo debolmente, intoccata se ne sta la vita - quella vera, viene da dire troppo presto. L'autore infatti ci fa comprendere che il nostro autentico volto è identico alla maschera che portiamo: anche tolta quella, vediamo che essere noi stessi vuol dire poter somigliare alle nostre illusioni. Ecco il ghiaccio desolato di un Nord che i thriller di oggi sfrondano nello stile e che qui è invece sfondato nel contenuto. È l'ultima Thule senza infanzia né fiaba.

Il fatto che la guida morale di Bjorn sia un medico oppiomane dice tutto. L'obbiettivo del Virgilio strafatto è inibire definitivamente la capacità di agire di Bjorn. Solstad non cede alle lusinghe del moralismo. Non c'è amore che salvi, nel romanzo, neppure quello che crediamo indissolubile tra un padre e suo figlio. Avendolo lasciato con la madre quando aveva due anni perché potesse trasferirsi nell'odiosa Kongsberg libero da impedimenti, il piccolo Peter esce presto dalle sue priorità per non tornarci più. Anche quando, anni dopo, il ragazzo si inscrive all'università, il pensiero di accoglierlo in casa è così evidentemente giusto da essere agito, ma senza desiderio. Il ghiaccio di cui può essere fatta la vita, a questo punto di non ritorno, è spaccato dall'evidenza di un figlio poco attraente e persino la vicinanza del sangue è una distanza incolmabile.

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