Pensioni più alte a sindacalisti e statali E l'Inps affonda

Pensioni più alte a sindacalisti e statali E l'Inps affonda
9 Luglio Lug 2017 16 giorni fa

L'ente di Boeri chiuderà con 5,8 miliardi di buco (nonostante 107 miliardi dallo Stato). Restano i privilegi: i lavoratori pubblici prendono il doppio dei privati. E i sindacalisti fino al 66% in più

C'è l'Inps dal volto rilassato e sorridente di Tito Boeri e poi c'è l'Inps del bilancio di previsione per il 2017, zeppo di record negativi. Al punto che a leggerlo con attenzione c'è da farsi prendere dall'ansia da pensione. Primo record negativo: quest'anno l'Istituto di previdenza, per stare in piedi, dovrà ottenere dallo Stato il versamento di 107 miliardi e 371 milioni di euro. Ripetiamo perché nel lettore potrebbe sorgere il sospetto che si tratti di un errore di stampa. Quest'anno l'Inps, per stare in piedi, dovrà ottenere dallo Stato il versamento di 107 miliardi e 371 milioni, ovvero 2 miliardi in più rispetto a quanti ne ha ottenuti nel 2016, 2,4 miliardi in più rispetto al 2015, 8,9 miliardi in più rispetto al 2014 e così via fino alla notte dei tempi. Nonostante questo impressionante trasferimento di risorse dalle casse dello Stato, alimentate dalle tasse di tutti gli italiani, il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha firmato un bilancio di previsione per il 2017 che prevede una perdita di ben 5,8 miliardi, superiore di 2,5 miliardi rispetto ai buchi del 2016 e del 2015.

Questi numeri sono stati compulsati uno per uno dal sito Truenumbers.it e restituiscono l'immagine di un ente previdenziale che sta in piedi non tanto grazie ai contributi dei lavoratori, ma soprattutto perché lo Stato, ogni anno, decide di non cambiare l'entità e la composizione della spesa sociale e di ripianare il buco con una bella passata di miliardi.

Certo: l'Inps non paga solo le pensioni. Si occupa anche di assistenza e politiche del lavoro, ma quello che Truenumbers.it ha scoperto spulciando il volumone del bilancio di previsione è che il sistema traballa con i suoi 258,8 miliardi di spesa previdenziale (che le varie riforme pensionistiche non hanno intaccato) e i suoi 152,9 miliardi di spesa sociale (coperta in minima parte da contributi).

E poi ci sono le vere e proprie ingiustizie. Prendiamo, per esempio, la differenza di trattamento pensionistico tra un «normale» lavoratore e un sindacalista del settore pubblico. Il grafico in alto a destra, frutto di uno studio dell'Inps del 2015 basato su casi concreti (cioè sull'effettivo trattamento pensionistico di persone il cui nome, ovviamente, è stato omesso) mostra che i sindacalisti del settore pubblico vanno in pensione con privilegi ingiustificabili che permettono loro di incassare assegni sempre superiori rispetto a quelli di lavoratori con le loro stesse caratteristiche. Quali sono questi privilegi? Il principale consiste nel calcolare una parte significativa della pensione sulla base della retribuzione percepita l'ultimo giorno di servizio. In questo modo c'è chi è riuscito ad andare in pensione con un assegno superiore del 66% rispetto a quanto avrebbe preso in assenza di questi privilegi degni di una casta. Il presidente Boeri ha provato, con una circolare di dicembre, ad abolire questa ingiustizia (che pagano tutti gli italiani), ma è stato bloccato prima dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che non ha fatto avanzare la legge che avrebbe dovuto dare seguito alla circolare, e poi dagli stessi sindacati, che hanno accusato Boeri di voler intaccare i famosi «diritti acquisiti». Acquisiti da loro, ovviamente.

Ma le diseguaglianze più profonde sono tra gli ex lavoratori privati e gli ex lavoratori pubblici. Questi ultimi prendono sempre di più rispetto ai primi, come mostra il grafico in basso a destra. Come mai? Sostanzialmente perché una volta che uno entra nell'amministrazione pubblica non cambia più mestiere; passa tutta la vita all'interno di un «recinto» lavorativo protetto e generoso. Il suo collega «privato» è, invece, alla mercé di un mercato del lavoro al quale deve adattarsi, trascorrendo anche periodi di disoccupazione o cassa integrazione che abbassano l'importo dell'assegno che prenderà quando andrà a riposo.

Ma c'è un'altra ingiustizia, forse la più difficile da digerire. Il grafico in alto a sinistra mostra l'andamento del fondo dei parasubordinati che è sempre in attivo, messo a confronto con quello dei dipendenti pubblici, sempre in passivo. Si può dire che i versamenti dei giovani precari, la cui pensione sarà calcolata interamente con il metodo contributivo, stanno pagando le pensioni degli ex dipendenti pubblici, le cui pensioni sono state calcolate in massima parte con il generosissimo metodo retributivo? Sì, si può dire. Diciamolo.

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