Signorini: "Vinti i pregiudizi Ecco pronta la mia Turandot"

Signorini: Vinti i pregiudizi Ecco pronta la mia Turandot
12 Luglio Lug 2017 14 giorni fa

Il direttore di "Chi" mette in scena l'opera di Puccini a Torre del Lago: "Un sogno che coltivo da tanti anni"

Alfonso Signorini, il direttore del settimanale Chi, si dà alla regia? Entra nelle sacre stanze della lirica cimentandosi con Turandot di Giacomo Puccini? Quando è arrivato in sala prove, il re degli scoop ha trovato una cortina di ferro. «I cantanti si chiedevano che ci fa qui? Ho raccolto la prevenzione. Ma poi, quando hanno visto che sono andato al pianoforte, ho preso lo spartito e ho iniziato a suonare, sono rimasti a bocca aperta», confessa Signorini, al suo debutto come regista d'opera. È sua la regia di Turandot, titolo che venerdì inaugura il 63° Festival Puccini di Torre del Lago (in replica il 23 luglio, 4 e 12 agosto) con le scene di Carla Tolomeo, i costumi di Fausto Puglisi e Leila Fteita, e nella buca d'orchestra Alberto Veronesi. Nel ruolo protagonistico, Martina Serafin, accanto a lei Carmen Giannattasio (Liù) e Stefano La Colla (Calaf).

Quando il tuo mestiere consiste nel raccogliere sfide, non puoi che sentirti a tuo agio nella fossa dei leoni. Ebbene sì. Signorini è in pace con sé perché sa di aver fatto «un lavoro approfondito, di grandissima ricerca vocale, fedele al testo e musica: sono partito da lì. Il regista non deve imporre il suo ego nella lettura dell'opera. Tutto deve muovere dalla conoscenza». Pur sulle ali della creatività. Scavando nella partitura, cogliendo certi accostamenti di colore di Puccini, Signorini - per esempio - ha deciso di portare alla ribalta l'eroismo di Liù. E nella scena degli enigmi, sarà proprio lei a suggerire a Calaf la risposta al quesito consegnando così l'amato alla principessa Turandot. Che a sua volta, alla fine pone una corona sul capo della fanciulla morta riconoscendone la statura e forza d'animo. Il tutto in una Cina da favola, disneyana, molto pop. Una cornice rassicurante dove fanno capolino momenti alla Kubrick, come nel secondo atto, nella scena con i tre ministri Ping Pong Pang: «lunare, con luci caravaggesche, molti blu e neri. Una scena da Kubrick».

E la critica? Questa Turandot ne offre di spunti per agitarsi. «La cosa che preoccupa meno è la prevenzione. Chissenefrega. Quel che conta è la bellezza della musica. Poi dico la verità, io stesso se facessi il critico musicale e mi trovassi come regista quello che va a condurre con Ilary Blasi il Grande Fratello, storcerei il naso. Io non chiedo di non avere queste prevenzioni, ma di sospendere il giudizio e vedere lo spettacolo. Può piacere, come no».Offre più gratificazioni la regia o il giornalismo? «Sono soddisfazioni diverse, Chi è profondamente legato al mio modo di essere, anche questa settimana esco con uno scoop fantastico, torno alla ribalta con la politica. E' un giornale che mi sono un po' cucito addosso, dà tante soddisfazioni perché consente di esplorare tutti i campi e soggetti. Quella della regia lirica è una grande scoperta. Era da anni, almeno 15, di cui 11 e passati a Chi, che non provavo emozioni così forti e coinvolgenti. E questo perché si lavora con la musica. E' stato intrigante cercare di capire se ci fossero ancora zone inesplorate in Turandot». E ammette che nel frattempo è nata «una squadra compatta, straordinaria, solidale come mai sono riuscito a trovare nel giornalismo». Anzi. La prossima settimana uscirà con un reportage dedicato al secondo cast, «nel primo ci sono le stelle, ma è nel secondo dove vedi lavorare professionisti bravissimi ma che guadagnano poco nonostante siano così dediti, entusiasti per quello che fanno. E' giusto occuparsi anche di loro. E noi giornali dovremmo farlo sempre di più. Dovremmo dare sempre più spazio alla cultura».

Perché Turandot ha insegnato una cosa a Signorini. Non che ignorasse i fatti, ma vissuti sulla propria pelle assumono una consistenza diversa. «In queste settimane ho appurato cosa voglia dire lavorare con pochi mezzi. Questo governo, e pure quelli che l'hanno preceduto, non ha fatto altro che tagliare i fondi alla cultura. Non è certo una critica alla Fondazione di Torre del lago, anzi qui c'è un brand fortissimo, il problema è generale. Fare prodotti di qualità, dignitosi, con questa scarsità di mezzi, è difficile. Dobbiamo fare attenzione ai bottoni che cuciamo sui costumi. Ti ritrovi a fare i conti della serva». Confessione che prende spunto da una riflessione sulla storica Bohème di Franco Zeffirelli passata recentemente alla Scala, «la più bella che ci sia, d'una poesia assoluta. Ha momenti di arte pura», frutto del genio registico ma anche dei mezzi a disposizione per farlo brillare.

Curiosità. Chi sono gli artisti della classica che potrebbero far vendere copie di Chi? «Mancano personaggi come la Callas o Pavarotti, persone disposte a vivere di emozioni anche nel privato. Sono tutti un po' borghesucci o casalinghi. Forse Anna Netrebko è la più interessante, aldilà del valore artistico, è un personaggio anche nella vita. Ma aldilà di questo, credo che noi giornalisti dovremmo investire di più nella classica e lirica. E' bello investire sulla cultura. Si continuerà a parlare delle tette di Belen, ma deve esserci anche dell'altro».

Commenti

Commenta anche tu