Così il Duca degli Abruzzi regalò all'Italia sogni polari

Così il Duca degli Abruzzi regalò all'Italia sogni polari
14 Luglio Lug 2017 12 giorni fa

Una mostra genovese ripercorre le esplorazioni di Luigi Amedeo di Savoia. Dall'Africa all'artico

La spedizione polare organizzata da Luigi Amedeo di Savoia (1873-1933) duca degli Abruzzi, fu epica. Prima ancora che iniziasse, Achille Beltrame l'immortalò con una copertina della Domenica del Corriere: vi si vede il giovane duca agitare il cappello dal predellino del treno, alla stazione di Torino, per salutare Umberto I che, impettito ma commosso, il cilindro in testa e i baffoni bianchi, risponde con la mano guantata. Il Re non avrebbe più rivisto il nipote: sarebbe stato assassinato a Monza il 29 luglio 1900, pochi mesi prima della fine della spedizione. Tornato in Italia, Luigi Amedeo fu accolto da grandi festeggiamenti. La stampa mondiale dedicò grande spazio all'impresa. Giovanni Pascoli scrisse due celebri poesie, A Umberto Cagni e Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni, mentre Emilio Salgari, messi da parte corsari e pirati, pubblicò un bel libro illustrato dal titolo Notizie sul viaggio della Stella Polare.

L'idea del viaggio di esplorazione il giovane Duca degli Abruzzi (aveva appena ventisei anni) l'illustrò ai sovrani, Umberto I e Margherita, nel giugno 1898, un mese dopo le tragiche giornate milanesi finite nel bagno di sangue provocato dalle cannonate del generale Bava Beccaris. Il progetto fu un'occasione, subito colta da Umberto I e dalla consorte, per cercare di rendere popolare la dinastia, di «nazionalizzare» l'istituto monarchico in una Italia che da pochi decenni aveva raggiunto l'unità politica e stava attraversando un periodo particolarmente difficile: sullo sfondo, infatti, c'erano gli echi dell'umiliante sconfitta di Adua, le crisi governative, l'instabilità politica, le difficoltà economiche, le inquietudini sociali.

Alto ed elegante, estraneo alle beghe politiche, lontano dalle lusinghe della mondanità, il Duca, coniugava la passione per le avventure con una sensibilità scientifica tipica del secolo del positivismo imperante. Era già diventato popolare per le imprese alpinistiche e per i lunghi viaggi per mare che lo avevano portato a costeggiare tutti i continenti.

Luigi Amedeo, quindi, non faticò molto a ottenere un generoso finanziamento. Del resto, c'era stato l'esempio del re di Svezia e di Norvegia, che, pochi anni prima, nel 1895, aveva finanziato, pur egli per motivi politico-propagandistici oltre che per filantropismo, la spedizione di Fridtjof Nansen che, per l'arrivo della notte polare, non aveva raggiunto la meta e si era dovuto fermare a soli 416 chilometri dal Polo.

Fu così che il Duca degli Abruzzi, acquistata una baleniera di tre alberi lunga 40 metri e battezzatala col nome di Stella Polare, poté dare inizio a una avventura rimasta leggendaria nella storia delle esplorazioni. Alla spedizione guardò con un pizzico di invidia il principe ereditario, Vittorio Emanuele, che il 2 giugno 1899 scrisse al precettore, Egidio Osio, queste parole: «Seguo con molto interesse tutto quanto riguarda il viaggio del Duca degli Abruzzi. Invidio molto mio cugino; egli è molto intelligente, molto energico, molto robusto; se qualcuno farà qualcosa di veramente buono nelle Regioni Polari, quel qualcuno sarà lui».

La spedizione durò più di un anno, fra pericoli, difficoltà ed eventi sfortunati: tre uomini morirono in circostanze drammatiche e il congelamento con conseguente amputazione di due dita di una mano impedirono al Duca di prender parte alla corsa finale nelle slitte trainate dai cani. Tuttavia, l'impresa ebbe successo: non venne raggiunto il Polo ma fu superato il primato stabilito da Nansen.

Proprio a Luigi Amedeo di Savoia è stata dedicata una bella mostra dal titolo Il Duca e il Mare (il catalogo illustrato è pubblicato dalla Sagep) allestita presso il Museo di Palazzo Reale di Genova. Essa presenta reperti di varia natura, cimeli, documenti, modellini e fotografie che fanno rivivere l'epopea delle imprese del Duca degli Abruzzi. La mostra, soprattutto, consente la visita dell'appartamento del primo piano nobiliare del palazzo genovese destinato da Carlo Alberto ai principi ereditari e abitato stabilmente dal Duca degli Abruzzi. È una occasione per immergersi in un'epoca e in un clima ormai lontani.

La maggior parte, quella più significativa, dell'attività esplorativa di Luigi Amedeo si sviluppò a cavallo tra la fine del secolo XIX e il primo decennio del secolo XX, quando le esplorazioni cominciavano a rivolgersi, con finalità sempre più scientifiche e conoscitive e non più soltanto economiche e in funzione del colonialismo, verso l'Africa e le regioni polari. Pur divorato, come molti predecessori, dall'ansia di conoscenza e dalla passione per l'avventura, dal desiderio di scoperta di nuove frontiere e dal gusto di continue sfide, egli ebbe poco in comune con gli esploratori italiani dell'Ottocento da Piero Savorgnan di Brazza a padre Guglielmo Massaja, per esempio, spinti da spirito missionario e dall'iniziativa individuale e qualche affinità con uomini come Nansen, che organizzavano le proprie esplorazioni appoggiandosi a istituzioni pubbliche e private interessate al progresso della conoscenza. Inoltre, Luigi Amedeo amava la montagna come il mare, ma il mare ebbe una parte preponderante nella sua vita se non per altro almeno per il fatto che la sua «carriera» ufficiale si svolse proprio nella Regia Marina. Come conferma la mostra genovese.

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