Ghetti, tombe, paure L'India oscura di Arundhati Roy

Ghetti, tombe, paure L'India  oscura di Arundhati Roy
14 Luglio Lug 2017 14 luglio 2017

L'abbiamo ascoltata far proclami e battaglie sociali per vent'anni anche perché aspettavamo che sfornasse il suo secondo romanzo. Ora il momento è arrivato, il titolo è Il ministero della suprema felicità (Guanda, pagg. 496, euro 20) e la scrittrice indiana Arundhati Roy, classe 1961, è di nuovo il nome di cui più si scrive nelle pagine culturali di tutto il mondo. Quando debuttò con Il dio delle piccole cose, il risultato fu tutto quanto un esordio può sperare: un bestseller mondiale da oltre 8 milioni di copie e pure il Booker Prize. Poi però successe che, non sappiamo se a causa della sindrome del secondo titolo, la Roy prese una strada diversa: mai più fiction, ma un posto d'onore nella lista dei più autorevoli opinionisti globali. Politica interna, società, economia: l'India in primo piano, ma anche le sue relazioni con gli altri Paesi e tanto attivismo. Ne è conseguita una lista apprezzabile di saggi (tutti pubblicati in Italia da Guanda), articoli, interventi, incontri da prima pagina di cronaca, come quello di due anni fa a Mosca con Edward Snowden.

Inevitabile che tutto questo finisse anche, e non troppo sottotraccia, in questa nuova storia. L'unico a poterne seguire davvero passo passo in tutto questo tempo la nascita e l'evoluzione è stato lo scrittore suo amico fraterno John Berger, che prima di morire ha fatto in tempo a vederlo terminato. È a lui che si deve parte almeno del titolo: «Utmost», «Suprema», è il soprannome che Berger dava ad Arundhati. E il «Ministero», che richiama trame di orwelliana memoria? «Può essere inteso in senso burocratico, ma anche teologico», ha rivelato la Roy. «Il romanzo parla anche di quei momenti inafferrabile felicità che non posso essere istituzionalizzati, amministrati, ma che vanno riconosciuti sempre». Fin dalle prime righe tuttavia si respira aria di battaglia ed esclusione, ribellione e rivincita. Protagonista non a caso un ermafrodita di Delhi dove la Roy vive di nome Anjum, di cui seguiamo la storia fin dalla nascita in una famiglia musulmana bene della città, da cui fugge per trasferirsi nel Khwabgah, il ghetto dormitorio dove eunuchi, travestiti e transgender consumano tra cinismo e solidarietà la loro emarginazione. Anjum costruirà a sua volta un posto per accogliere i derelitti, ma sarà costretta a farlo dentro un cimitero (la copertina la stessa nei 19 Paesi in cui è tradotto riproduce proprio una tomba). E a quella che diventa sua figlia una bimba abbandonata insegnerà una poesia in sanscrito per difendersi se dovesse essere catturata dai fondamentalisti indù. Un personaggio olistico creato per catalizzare tutti i temi scottanti sui quali la Roy ha lottato nel nuovo Millennio. Non bastasse, nel volume c'è anche la storia d'amore di Tilo e Musa, una studentessa di architettura e il suo amore combattente per la libertà nel Kashmir.

Incredibile pensare che qualcuno abbia paragonato questo romanzo a una «fiaba indiana». Tutto sembra anche troppo reale e durante il tour di presentazione la Roy, più che di scrittura, parla degli insulti cui alcuni membri del Parlamento indiano l'hanno sottoposta e del futuro di un'India martoriata a dispetto dell'essere meta finanziaria. Della favola c'è poco, a parte un linguaggio onirico e stratificato nella sua semplicità: tutto fa presagire che per un terzo romanzo dovremo di nuovo aspettare parecchio.

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