Quattro docu-film per riscoprire i nostri eroi dimenticati

Quattro docu-film per riscoprire i nostri eroi dimenticati
14 Luglio Lug 2017 8 giorni fa

Da Occorsio a Marco Biagi, su Rai1 una serie per raccontare il nostro passato ai giovani

Paolo Scotti

da Roma

«Bisogna riconoscerlo. Presso i ragazzi di oggi è più famoso il nome della banda della Magliana, che quello del giudice Occorsio». La constatazione - amara ma indiscutibile - riassume il senso di Nel nome del popolo italiano. È uno dei testimoni intervistati nel corso dei quattro docu-film Rai così intitolati, a farla: «Ed è la stessa considerazione spiega il direttore di Raiuno, Fabiano- che ci ha spinti a decidere di raccontare alle nuove generazioni quattro figure di eroi che hanno agito, appunto, nel nome di tutti noi. Figure che i nostri ragazzi non hanno conosciuto; di cui forse non hanno mai neppure sentito parlare. Ma che devono assolutamente avvicinare, per capire quanto la libertà di cui oggi tutti godiamo dipenda anche dal loro sacrificio». Proprio perché destinato alle nuove generazioni, il racconto delle storie del magistrato Vittorio Occorsio, ucciso nel 1976 per le sue indagini sul terrorismo, del presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, assassinato nel 1980 per la sua coraggiosa opposizione alla mafia, del professore Marco Biagi, eliminato nel 2002 dalle Brigate Rosse a causa della sua riforma del mercato del lavoro, e del capitano di fregata Natale De Grazia, scomparso nel 1994 durante le sue investigazioni sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi, sono state realizzate, piuttosto che con l'abituale formula della fiction, «con quella del docu-film spiega Fabiano- che, tramite la guida narrativa di un attore, mescola fra loro indagine giornalistica, documenti d'archivio, materiali inediti, interviste a testimoni, immagini di repertorio». In alcuni casi (come in quello del professor Biagi, che era apparso raramente in interviste tv) si è ricorso anche a foto o filmini di famiglia, messi a disposizione dai parenti, per sottolineare l'assoluta normalità, spesso anche la sorprendente umanità, di ciascun di questi eroi del quitodiano».

In onda su Raiuno dal 4 settembre, ed eccezionalmente per 4 serate consecutive, i 4 documentari seguono un taglio specifico. «Molte delle testimonianze sugli scomparsi, infatti, sono state affidate ai loro figli o nipoti. Ragazzi giovani come i giovani cui questi prodotti sono destinati; che esprimono cioè con parole e sentimenti adatti ai propri coetanei il valore di quanto compiuto dai loro congiunti». E appunto questa scelta spiegherebbe -secondo i realizzatori- perché nella rievocazione di Piersanti Mattarella non sia stato coinvolto anche il fratello, il Presidente della Repubblica. «Lo sconsigliavano, oltretutto è stato aggiunto- motivi di opportunità istituzionale». Ogni docu-film di Nel nome del popolo italiano è stato inoltre affidato a diverse mani registiche, e al differente volto di un attore-narratore, per garantire una specifica personalità espressiva: «Ho molto sentito l'impegno civile di accompagnare questa inchiesta per immaginiconfida Gian Marco Tognazzi (che con la regia di Gianfranco Pannone ha narrato la storia del giudice Occorsio)- E sono felice di sapere che il frutto delle nostre fatiche verrà proiettato anche nelle scuole». Afferma di aver accettato di dirigere il docu-film su Marco Biagi (narrato dall'attore Massimo Poggio) «per capire meglio io stesso la sua storia, e il motivo del suo sacrificio», riconosce il regista Gianfranco Giagni. «È stata una bella indagine dell'anima», riassume l'attore Dario Aita, a proposito dell'inchietsa su Mattarella. Mentre la regista Wilma Labate ammette di essere stata all'oscuro della vicenda di Natale De Grazia prima di averne diretto la rievocazione filmata: «Non sapevo che tra il 1984 e il 1991 aveva collaborato col pool investigativo della procura sui traffici di rifiuti tossici, e che venne fatto sparire proprio mentre si recava in tribunale a La Spezia, per fare importanti rivelazioni. Ma sono contenta che, per raccontarlo, si sia scelto il documentario, più aperto e più libero della fiction».

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