Su e giù dall'antica Derthona a caccia del vino dimenticato

14 Luglio Lug 2017 8 giorni fa

Fuoriporta indimenticabile tra monasteri benedettini e le cantine che hanno resuscitato il «Timorasso»

Roberto Perrone

Le discese ardite e le risalite: siamo sui saliscendi dei colli tortonesi, amati da Fausto Coppi, l'uomo solo al comando. Il 2 gennaio, anniversario della morte dell'Airone, scomparso nel 1960, salgono ancora in molti al cimitero di San Biagio per la cerimonia che lo ricorda. A Castellania c'è la casa natale del Campionissimo con ricordi e oggetti della sua infanzia, della sua vita. Sono terreni particolari quelli delle valli Scrivia, Curone, Ossona, Grue, Borbera Spinti, terreni argillosi e compatti, antichi depositi marini, lungo la dorsale che da Barolo arriva in Toscana. L'era geologica del terreno, il clima con inverni freddi, piogge frequenti e le forti escursioni termiche durante il periodo di maturazione dell'uva rendono i suoi vini particolari: 2.000 ettari di vigne in trenta comuni. Ma oltre a Barbera e Croatina, c'è un altro vino, unico, il Timorasso. Un vino che dà il suo meglio nel tempo, un vino che, si dice, va dimenticato. Vitigno autoctono a bacca bianca, è stato coltivato nel Tortonese sin dal Medioevo, poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per il boom, lo spopolamento delle colline, ma anche per il suo carattere, spigoloso anche in vigna, il Timorasso venne abbandonato. Alla fine degli anni '80 il pioniere Walter Massa gettò le basi, anche grazie alle tecniche moderne, per il Rinascimento di questo grande vino che sa resistere in cantina anche per dieci anni. Corposo e piacevole nella sua giovinezza, quando è maturo, dopo cinque anni, fa emergere le sue caratteristiche più interessanti, la nota aromatica, di minerale, di idrocarburo. Per saperne di più ci si può fermare al Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi. I soci sono 43, compresa la Cantina Sociale di Tortona con più di 250 produttori. Andrebbero raccontati tutti, ognuno ha la sua storia, in particolare il Timorasso. Tra i produttori ci sono anche Marina, figlia di Coppi, e suo figlio Francesco.

È una storia antica quella di Tortona, l'antica Derthona romana. E il nome Derthona ora viene associato al Timorasso sulle etichette. Come tante piccole e meravigliose città italiane meriterebbe una sosta attenta. Luoghi interessanti, come il museo del Divisionismo, il movimento pittorico che consisteva nell'uso di colori puri, in singoli punti o linee. Secondo alcuni studiosi il massimo esponente del movimento fu Giuseppe Pellizza da Volpedo, secondo altri Giovanni Segantini. Qui sono esposte opere di entrambi, e poi di Balla, Previati, Boccioni e altri. Momento di rifiatare, la cultura è impegnativa. Il sollievo arriva dalla Vineria Derthona con i piatti della tradizione, (innaffiati da 400 etichette italiane e straniere): ravioli al sugo Derthona, vitello tonnato, stufato al vino rosso, bagna cauda.

Terra ricca d'arte, di eccellenze enogastronomiche e di storia. Furono i monaci benedettini, dopo l'anno Mille, a costituire una rete di monasteri che stabilirono l'influenza della Diocesi di Tortona ma che seppero valorizzare i frutti della terra, la coltivazione della vite, soprattutto. Se c'è il tempo tutte e tre, ma almeno una delle storiche Pievi bisogna omaggiarla: Viguzzolo, Rivalta, Volpedo. Magari Volpedo, così da fare anche un'incursione alla casa-museo di Pellizza, gettando uno sguardo sulle campagne che il pittore osservava dal suo studio, quelle dove ora maturano le famose pesche di Volpedo, arrivate qui attorno agli anni '20 del Novecento dopo la malattia che aveva distrutto i gelsi e come alternativa alla fillossera che insidiava la vite. Ma ogni angolo di terra contribuisce alla gola: la ciliegia di Garbagna, la fragola di Tortona, il tartufo di San Sebastiano.

Ah, il cibo, più ne parli più attizza l'appetito. E qui, per placarlo, abbiamo solo l'imbarazzo della scelta. Proseguendo verso sud, ma salendo - queste è la sottozona del Timorasso chiamata Terre di Libarna che ha la caratteristica di vigneti in quota, tra 400 e 600 metri - facciamo tappa all'agriturismo La Merlina dove il menu varia a seconda dei prodotti dell'orto, dalle verdure al miele, dalla carne dei maiali allevati dai proprietari al salame di Giarolo, che non manca mai.

Qui la vendemmia ritarda di due settimane e il Timorasso ha un'acidità più marcata, qui incontriamo uno straordinario e raro formaggio, il Montebore. La sua forma ricorda la piramide di una civiltà pre-colombiana, infatti risale all'anno mille: tre piani di latte ovino e vaccino, un gusto che lo portò sulla tavola degli Sforza, con Leonardo gran cerimoniere. Praticamente scomparso, è stato resuscitato nel 1999, grazie a Maurizio Fava, del presidio Slow Food, che rintracciò Carolina Bracco, ultima depositaria di questa millenaria cultura casearia. Il suo tempio, con altri formaggi, è il caseificio Vallenostra. Siamo il val Borbera e al ristorante Belvedere facciamo una sintesi golosa: fiore ripieno di stoccafisso mantecato e gazpacho (in onore delle antiche vie del sale); taglierini al ragù di verdure e Montebore stravecchio; guancia di vitello brasata al Timorasso e bouquet di verdure estive. Perché il viaggio è sempre circolare.

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