"Adesso mi metto da solo e vado in cerca del Sacro Graal"

Adesso mi metto da solo e vado in cerca del Sacro Graal
15 Luglio Lug 2017 7 giorni fa

L'attore, con Rocco Tanica, sta preparando il musical «Spamalot», ripresa demenziale delle vicende di re Artù

«Musica, tv, teatro: quello che conta per me è divertirmi. Ho iniziato così con il gruppo. Il patto tra di noi era: faremo ogni cosa per ridere». A trent'anni di distanza da quelle prime storie divertenti e tese, Elio non si è spostato di un millimetro dal proposito. È riuscito a farci un mestiere, ha fatto ridere lui e noi e anche oggi, che sta per tornare a cimentarsi con un musical, la storia non cambierà. Dopo la fortunata esperienza tre anni fa nel ruolo di Gomez ne La Famiglia Addams (Geppi Cucciari nel ruolo di Morticia), l'irriverente e lunare frontman delle Storie Tese tornerà sul luogo che, a sentir lui, gli cade come un abito di sartoria. «Perché dice io non ho mai semplicemente cantato: nelle canzoni e nei concerti delle Storie Tese la teatralità è sempre stata fondamentale». Dal 17 novembre al 6 gennaio al Teatro Nuovo di Milano Elio vestirà i panni di Re Artù nel musical di culto demenziale Spamalot, parto della premiata ditta britannica Monty Python. Battute folli a condire il mito della Tavola Rotonda e del Sacro Graal, roba da 3 Tony Award, tra cui quello di miglior musical negli Usa nel 2005. Lo show italiano, diretto da Claudio Insegno, tradotto e adattato dal fido Rocco Tanica, girerà poi l'Italia.

Elio, «Spamalot» è una bella scommessa: umorismo british, la firma dei Monty Python che, qui in Italia, sono fenomeno di nicchia. Cosa l'ha convinta a dire sì?

«La passione che ho sempre avuto per la comicità surreale: Monty Pyhton e Mel Brooks ad esempio. Adoro il non sense. Ma non è detto che in Italia siano di nicchia: basti pensare alle gag di Totò e Peppino, o al diluvio di parole del futurismo, se la si vuole buttare in cultura. E ho detto sì a una condizione».

Quale?

«Che nell'avventura entrasse anche Rocco Tanica. Tradurre battute e giochi di parole dei Monty Python non era uno scherzo e Rocco è l'uomo di cui mi fidi di più sulla Terra».

Vi conoscete da tempo, tu e Rocco...

«Da quarant'anni: ai tempi del Liceo scientifico Einstein a Milano, lui era il fratello del mio compagno di classe. E in classe c'era pure Mangoni, la nostra scheggia impazzita nelle Storie Tese».

Nello stesso periodo a Milano, Elio e le Storie Tese sono attesi, il 19 dicembre al Mediolanum Forum, in quello che si dice sia l'ultimo concerto del gruppo. La band si scioglie?

«Dovevamo suonare al Forum a maggio, lo abbiamo rimandato ma, lo preciso, noi non abbiamo mai detto che il gruppo si scioglie. Periodicamente litighiamo tra noi, come le vecchie coppie, questo sì. Sarà la fine di un percorso ma l'inizio di un altro. Tanti artisti si sono ritirati dalle scene ma hanno continuato a incidere. I Beatles, ad esempio».

Ma come nacque poi quel vostro assurdo nome?

«Fu una scommessa: volevamo darci il nome più brutto immaginabile, per poi levarci la soddisfazione di vederlo scritto su un giornale. La prima volta che apparve, però, scrissero Elliott e le Storie Tese».

Dopo Sanremo, invece, nessuno avrebbe più sbagliato il vostro nome. Il rischio era forse quello opposto, di diventare nazionalpopolari?

«Il Festival è un rischio, per noi fu una sorta di incomprensione reciproca. Oggi siamo tornati a ciò che eravamo. Devo dire che quando ho visto le signore ingioiellate della prima fila battere il tempo cantando Italia sì, Italia no mi sono detto: ahia. Noi eravamo andati lì armati di un gioco raffinato, ma alla fine il Festival ha quel potere di portare tutto nel suo mondo».

E perché Stefano Belisari decise di chiamarsi Elio, e per diverso tempo non rivelò nemmeno il suo vero nome?

«Per ridere, prima di tutto. Ma anche per difendere la mia privacy. Perché sono sempre stato molto timido».

Elio, un timido?!

«Esattamente. Lo sono ancora oggi in privato. Da ragazzino ero talmente timido che ho deciso la terapia shock: buttarmi su un palco e vedere se potevo sopravvivere».

Senza le tournée del gruppo, avrà più tempo per la tv? La stimola ancora?

«La tv non mi fa impazzire, ma se potrò divertirmi...»

Dopo tanti anni i talent alla «X Factor» hanno ancora qualcosa da dire, al pubblico ma soprattutto a lei?

«I talent? Non sono certo loro la causa delle difficoltà del settore musicale. Anzi, penso che un programma come X Factor in tutti questi anni abbia più dato che tolto alla musica. Anche a Strafactor mi sono molto divertito».

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