Liu Xiaobo spaventa la Cina anche da morto

Liu Xiaobo spaventa la Cina anche da morto
15 Luglio Lug 2017 15 luglio 2017

Liu Xiaobo fa paura anche da morto, e sua moglie Liu Xia fa paura anche da viva, pur ridotta in condizioni precarie dal regime che le ha di fatto ucciso il marito impedendogli di curarsi se non quando le speranze di guarigione erano svanite. È questa la sintesi delle reazioni ufficiali arrivate da Pechino dopo la morte del premio Nobel per la Pace avvenuta nell'ospedale di Shenyang. Prima uno sprezzante giudizio sull'attribuzione di quel premio a un «nemico dello Stato socialista»: si è trattato, addirittura, di una «blasfemia», ha affermato il ministero degli Esteri. Un termine non casuale, con il quale i padroni della Cina rossa hanno voluto ricordare al mondo intero - e all'Occidente in particolare - che nel loro Paese lo Stato è l'unica divinità. Dopo questa lezione ai professori scandinavi, da Pechino ne sono partite altre, dirette stavolta verso Washington, Parigi e Berlino. Stati Uniti, Francia e Germania infatti (ma si è beccato una reprimenda anche l'Alto Rappresentante per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ràad Al-Hussein) avrebbero offeso il buon nome della Repubblica popolare cinese «diffondendo commenti irresponsabili» sulla vicenda di Liu Xiaobo. Proteste ufficiali, quindi, verso chi si è permesso di evidenziare (lo ha fatto Angela Merkel, anche se la Germania ha un interscambio commerciale colossale con la Cina) che Liu era «un coraggioso combattente per i diritti civili e la libertà di espressione», o rimarcare (lo ha fatto il segretario di Stato americano Rex Tillerson) come la coraggiosa morte del dissidente cinese abbia «incarnato lo spirito umano che viene premiato dal Nobel, confermando la giustezza della scelta del Comitato». Ora che Liu Xiaobo se n'è andato a testa alta, senza mai rinunciare alla sua coerenza, il simbolo della resistenza democratica a un regime ipocrita e feroce diventa la sua vedova. Liu Xiaobo aveva sperato fino all'ultimo di poterla portare all'estero con sé, di salvarla dal trattamento crudele che in pochi anni ha trasformato una donna giovanile e dinamica in una malata tremante. Ieri Tillerson ha chiesto alle autorità cinesi di revocare i domiciliari imposti a Liu Xia per il solo fatto di essergli rimasta fedele. Lo stesso ha fatto il Comitato per il Nobel norvegese, che assegna il premio per la Pace. Difficile essere ottimisti rispetto al destino di questa donna: lei rappresenta infatti lo stesso simbolo del marito, il sogno di una Cina democratica, quello che ieri la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha ricordato chiedendo retoricamente a Pechino di renderlo possibile invece di inseguire l'obiettivo di trasformarsi in una minacciosa potenza militare. Non accadrà. Come tutte le dittature di qualsiasi colore, quella cinese insegue fantasmi di potenza, ma al tempo stesso dimostra in ultima analisi di sapere quanto sia falsa la propria stessa propaganda. Il suo regime presuntamente popolare non sta in piedi senza la repressione del libero pensiero tra quello stesso popolo, e bastano pochi uomini coraggiosi e dalla mente libera come Liu Xiaobo per mettere a nudo le loro menzogne. A Pechino lo sanno bene: quella sedia rimasta vuota a Stoccolma il giorno della consegna del Premio Nobel per la Pace nel 2010 non sarà mai vuota. Dopo Liu verranno altri uomini dalla schiena dritta: di questo gli assassini di piazza Tienanmen hanno paura, e l'avranno sempre.

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