Gli U2 fanno sognare Roma sulle note di "The Joshua tree"

Gli U2 fanno sognare Roma sulle note di The Joshua tree
16 Luglio Lug 2017 16 luglio 2017

Un concerto vintage capace di regalare sonorità uniche: fanno rivivere un'epoca. Noel Gallagher "spalla" di lusso

da Roma

Ma guardateli come se la godono sul palco, sembrano ragazzini. E invece sono gli U2 che celebrano i 30 anni del loro disco decisivo: The Joshua Tree, roba da 28 milioni di copie vendute che hanno cambiato il rock anni '80. Prima c'erano il post punk, la new wave, i new romantics e il dark, con spreco di tinte per capelli, merletti e depressione. Poi soltanto gli U2 e i loro imitatori.

Stadio Olimpico incandescente per il caldo, 120mila persone in due concerti (stasera il secondo) ma un solo comun denominatore: il ritorno dei suoni ruvidi ma non spigolosi, il blues (s)piegato al pop, l'essenzialità di una band con solo quattro musicisti che riempie un'arena immensa con la forza delle canzoni. E non è un caso se stavolta il pubblico mette in gioco non soltanto il proprio amore per un gruppo rock ma anche i propri ricordi, l'adolescenza, il brivido che negli anni Ottanta poteva arrivare solo da canzoni ribelli e inconsuete come Sunday bloody sunday.

Infatti, anche qui all'Olimpico, il verso «I can't believe the news today» apre il concerto con Bono che arriva pian piano sul palco seguito da tutti gli altri, con The Edge che arrota il riff di chitarra con la fluidità di chi lo suona da 35 anni davanti a platee sterminate. Il megaschermo alle loro spalle, orizzontale e immenso, è il quinto componente della band, quello che garantisce l'empatia anche con l'ultima gradinata di uno stadio enorme.

Talvolta spiega i brani inserendo volti oppure scritte. Ma spesso è concentrato ad amplificare i protagonisti dello show, a richiamare l'attenzione su quel puntino là in fondo che corre da un lato all'altro del palco (Bono) oppure su quel musicista dinoccolato che accende al basso il superclassico New Year's day (Adam Clayton). Insomma, a questo giro il concerto degli U2 è un'epopea vintage, la celebrazione di un periodo ormai cristallizzato nella storia della musica che però, qui all'Olimpico come nella prima data del tour a Vancouver, conferma la propria intensità emotiva.

D'altronde i dieci brani che compongono The Joshua Tree sono il passepartout per la felicità di uno stadio. Da Where the streets have no name a Still haven't found what I'm looking for e With or without you. Dalla violentissima e dark Bullet the blue sky fino alla cupa ed evocativa Mothers of the disappeared. Questo è il nocciolo del concerto. La conferma che quel brand, ossia il suono rock degli anni '80, vive ancora di vita propria e riesce anche adesso ad accendere gli stadi alla faccia di qualsiasi nuova tendenza che, stagione dopo stagione, promette sfracelli e poi appassisce come una rosa a luglio. «Quando abbiamo scritto The Joshua Tree stavo leggendo A sangue freddo di Truman Capote e Il canto del boia di Norman Mailer. Quelle letture mi hanno ispirato la scrittura di un testo sulla mente di un serial killer», ha detto Bono parlando di Bullet the blue sky. Ma l'atmosfera del concerto è quella di una rimpatriata tra vecchi amici. Un po' è anche merito di Noel Gallagher, che ha aperto lo show con un brit rock nostalgico ma efficace e, soprattutto, suonato come si deve. Però a fare la differenza sono stati quei suoni. Quelli che hanno dato la maturità al rock. Difatti i bis degli U2 iniziano con Miss Sarayevo (con la voce di Pavarotti integrale a 10 anni dalla sua morte) e passano per Beautiful day, Elevation, Vertigo, Mysterious way, Ultraviolet, l'immensa One e la cover finale che si diluisce tra le ovazioni del pubblico finché le luci dell'Olimpico non si accendono per spegnere la festa.

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