La guerra (non) ha bisogno di eroi

La guerra (non) ha bisogno di eroi
16 Luglio Lug 2017 6 giorni fa

Due saggi ci fanno riflettere sul difficile rapporto fra storia militare e storia civile. Tra generali incapaci e "italiani brava gente"

«Gli italiani non sono grandi lettori di libri di guerra» scrive Stefano Malatesta nel suo Vanità della cavalleria (Neri Pozza, 227 pagine, 17 euro). Il motivo è da ricercarsi da un lato nella mancanza «di una grande storia recente da studiare», e dall'altro da un certo pregiudizio, nato dopo la Seconda guerra mondiale, «su questo genere di libri, come lettura di genere fascista». Dal combinato disposto di questi due elementi, è scaturita anche quella che sempre Malatesta definisce «un'interpretazione della storia di tipo affettivo», il «mito degli italiani brava gente», l'umanità, insomma, al posto della virtù guerriera...

Qui il discorso si fa complesso, ma schematizzando si può dire che alla retorica del fascismo, che ci voleva accreditare come un popolo di eroi, seguì a ruota la retorica dell'antifascismo tendente a presentarci come un popolo di antieroi, per i quali non era importante vincere una guerra che non era a loro, bensì quella del Duce, ma tornarsene a casa sani e salvi. Sarà Italo Calvino a paragonare l'Otto settembre, e con esso «tutti gli Otto settembre della Storia», all'Odissea, nel senso del ritorno al focolare domestico fra mille traversie. Peccato che in quella omerica, Ulisse tornasse in patria dopo una guerra vittoriosa in territorio nemico, e di Otto settembre la storia contemplasse solo il nostro.

Come corollario di quanto sopra, si è venuta costruendo nel tempo una mitologia tendente a espellere qualsiasi elemento che avesse a che fare con il coraggio militarmente inteso, e che non si accontentava di limitarsi al vituperato Ventennio, ma scendeva per li rami sino al Risorgimento e oltre, in un'ottica vagamente pacifista e sentimentale, inconsapevolmente cialtronesca, mirante alla creazione di un tipo umano, di un popolo, di una nazione, simpaticamente imbelle.

Date queste premesse, è già molto se nel suo libro sulla vanità, in senso lato, di quella che fu a lungo l'arma per eccellenza, e che ha significativamente per sottotitolo «e altre storie di guerra», Malatesta riservi nel Novecento un capitolo alle gesta di Amedeo Guillet in Africa, e nell'Ottocento al Garibaldi della battaglia di Calatafimi. Il resto, tutto, il resto, rimane confinato ai pochi accenni relativi a El Alamein, ai siluri di Durand de la Penne, alle incursioni di Carlo Fecia di Cossato e del suo sommergibile Tazzoli.

Naturalmente, il problema di un'epica nazionale richiede una storia nazionale alle spalle, ovvero un terreno reale sul quale edificare una narrazione idealizzata, vera, verosimile o falsa che sia. Sotto questo profilo Malatesta ha ragione quando, citando il Guicciardini della Storia d'Italia, nota come la battaglia di Pavia del 1525 segni l'inizio della nostra decadenza: per i successivi tre secoli, l'Italia paga la sua debolezza militare, frutto di un'eccessiva frammentazione che la rende terreno di conquista, proprio mentre i regni tutt'intorno vanno verso una concentrazione che da un lato si fa volontà di potenza, dall'altro pone le basi per la riscrittura della loro storia pregressa alla luce del nuovo corso intrapreso, e di quella a venire nel segno di un'ininterrotta continuità. Quando Malatesta, che nei confronti degli inglesi ha un senso di fastidio tinto di ammirazione, definisce quest'ultimi «delle canaglie nascoste sotto il manto del perbenismo vittoriano», non fa altro che cogliere in filigrana il lungo percorso che conduce dagli offshore islanders, gli eredi di pirati come Francis Drake, ai possessori dell' «impero più vasto che sia stato organizzato da un solo popolo». Percorso che, va da sé, permette al suo interno la mitizzazione, con relativo recupero e riutilizzo, di pagine di storia patria in cui i disastri, frutto di incompetenza, cinismo, arroganza, stupidità e vigliaccheria, si trasformano in trionfi: Gallipoli e la Somme nella Prima guerra mondiale, Dunkerque e Singapore nella Seconda, L'Afghanistan e Khartoum nell'Ottocento imperiale... Lo stesso Churchill, di cui Malatesta fa un bel ritratto, è un po' il compendio di quanto sopra, il liquidatore dell'Impero che avrebbe voluto salvare, della Polonia che avrebbe dovuto difendere. «Abbiamo ucciso il porco sbagliato» dirà con il suo solito, accattivante pressappochismo, dopo essersi reso conto che «una cortina di ferro», altra sua icastica definizione, era calata su mezza Europa e Stalin faceva quello che Hitler non era riuscito a fare. Non sorprende che un sondaggio della Bbc l'abbia eletto «il britannico più grande della storia dell'isola».

Vanità della cavalleria si apre con la Light Brigade inglese a Balaklava nel 1854, l'attacco frontale a cavallo contro una batteria di cannoni russi, nel quale, a centocinquanta anni di distanza, nota ancora Malatesta, è difficile separare il coraggio dalla coglionaggine. A differenza di quella italiana di Isbucenski, l'ultima carica di cavalleria della Seconda guerra mondiale, Balaklava fu infatti il frutto di un comando mal interpretato, non di un sacrificio razionale.

Singolarmente, «La carica dei seicento» è anche l'atto di guerra che apre Generali, di Domenico Quirico (Superbeat, 462 pagine, 15 euro), ovvero la contro-storia dei vertici militari che fecero e disfecero l'Italia. Il fatto che due firme importanti, quanto fra loro diverse, si ritrovino a coltivare gli stessi interessi, come dire, bellici, è forse un primo, positivo spiraglio per un nuovo approccio sul tema.

Scrive Quirico che a Balaklava parteciparono anche due ufficiali piemontesi, il luogotenente Landriani, che vi morì, e il maggiore Giuseppe Govone, che alla carica sopravvisse. Govone sarà poi uno «dei pochi veri generali della storia italiana», e anche per questo finirà stritolato dalla rigidità, spesso canagliesca, dello Stato maggiore sabaudo che, dopo il Risorgimento, diverrà di fatto lo Stato maggiore dell'esercito italiano e per il quale, osserva Quirico, il nemico da combattere non sarà mai l'avversario sul campo, ma sempre l'innovatore fra le proprie file...

Come Malatesta, anche Quirico ha un debole per Garibaldi e, pur restando critico nei confronti del garibaldinismo, le poche figure eroiche di questa sua contro-storia, in primis Giuseppe Sirtori, provengono da lì. La sua bestia nera è invece Badoglio, «uno Jago dell'epoca delle ideologie e dei partiti di massa» e insieme l'ultimo portato di quel «carrierismo fanatico» che contrassegnerà fin dall'inizio la storia dei nostri vertici militari.

Generali è una requisitoria senza scampo della «categoria che forse ha recato più danni nelle vicende di questo Paese» e, come scrive l'autore, «l'unica vittoria che i generali italiani hanno conseguito nella Seconda guerra mondiale è postuma. Hanno reso indiscutibile l'idea che non potevamo vincere», lo scaricare sempre sugli altri «le colpe di sconfitte naturalmente inevitabili. Inchiniamoci a uno dei pilastri del nostro astuto pensiero militare: giudicare l'entità delle proprie forze in base a valori assoluti e non al rapporto con le circostanze strategiche, politiche e al vigore dell'avversario». Deriva anche da qui il giudizio negativo sui singoli ufficiali e soldati che ha accompagnato la nostra storia nazionale.

Letti insieme, Vanità della cavalleria e Generali sono anche l'occasione per un puro bagno di stile nelle acque spesso stagnanti del giornalismo nostrano. Quello ironicamente svagato di Malatesta ha le sue radici nel Mondo pannunziano, il cui ultimo rappresentante prima di lui è stato Sandro Viola. Lo stile nobilmente retorico di Quirico ha un che di Piero Gobetti nella veemenza, di Egisto Corradi nell'asciuttezza. In entrambi, la vastità e l'uso attento delle fonti, la scelta delle citazioni, il gusto nel raccontare, contribuiscono al piacere della lettura. Per evitare il sospetto di piaggeria, c'è nel primo qualche slabbratura, portatrice di ripetizioni, nella tenuta d'insieme; nel secondo qualche avanti e indietro eccessivo nelle singole storie. A Malatesta va ricordato che le baionette vengono «inastate» e non, come scrive, «innestate»; a Quirico di decidersi se Farinacci si era «imboscato nelle retrovie» durante la Prima guerra mondiale, come scrive a pagina 351, oppure se «vi partecipò seppure in ritardo pure lui e pare si facesse onore» come scrive a pag. 406. Piccole meschinità da recensore...

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