Mai in fabbrica. Però guida la Fiom

Mai in fabbrica. Però guida la Fiom
16 Luglio Lug 2017 10 giorni fa

C'è qualcosa di difficile da capire e, va ammesso, perfino un po' fastidioso nel fatto che l'ultimo baluardo del sindacalismo classista, ossia la Fiom, sia oggi guidata da una dirigente (Francesca Re David) che non ha mai lavorato in fabbrica. Il segnale è chiaro e ci dice che, una volta per tutte, quello del sindacalista è ormai divenuto un mestiere tra gli altri: un lavoro che si impara negli uffici di tali organizzazioni e che non implica in alcun modo la condivisione di una storia e di un'esperienza di vita.

In passato, in effetti, il sindacato metalmeccanico era rappresentato da un operaio che, grazie a una delega proveniente dai propri colleghi, si proponeva di «rappresentare» gli altri lavoratori. Poiché il padrone non poteva confrontarsi al tempo stesso con migliaia di dipendenti, questi ultimi selezionavano al loro interno qualcuno che grazie ai propri valori e alle proprie capacità era giudicato in grado di tutelarne i diritti, condurre la lotta e sostenerne le richieste.

In seguito, abbiamo però assistito a un progressivo sganciamento dei rappresentati dai rappresentanti, aggravato dal fatto che questi ultimi hanno un poco alla volta utilizzato il loro ruolo per costruire posizione di potere e privilegio. Se oggi i sindacalisti sono spesso percepiti, anche dopo una lunga serie di scandali e abusi, una componente tra le altre di quel ceto dirigente parassitario che ha rovinato la società italiana (un tempo florida e ricca di prospettive), questo si deve anche a una «professionalizzazione» della rappresentanza che ha deluso operai e impiegati, oggi sempre meno disposti a iscriversi al sindacato e ancor meno a dedicare a tale organizzazione una parte del proprio tempo.

Nessuno intende dire che la dottoressa Re David non sarà in grado di guidare i metalmeccanici, ma c'è da domandarsi se non ci fosse proprio nessuno tra quanti in fabbrica ci sono stati per anni che avesse le qualità umane, l'esperienza, le capacità, la saggezza e le conoscenze che sono necessarie a un segretario della Fiom.

Sotto certi aspetti, è un po' come se alla guida di Arcidonna fosse messo un maschio o alla testa di Arcigay un eterosessuale. E la sensazione è che il parlamentino della Fiom abbia ritenuto che sia meglio che a parlare degli operai non sia uno di loro. Intellettuali, politici di professione e tecnocrati già da tempo monopolizzano la sinistra. Con questa scelta della Fiom c'è davvero da domandarsi cosa resti di quel mondo operaio che, per decenni, ha dominato la retorica comunista e post-comunista. Forse, ormai, Cipputi è emigrato altrove.

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