La sentenza d'appello per Bossetti è tutta scritta nel Dna

La sentenza d'appello per Bossetti è tutta scritta nel Dna
17 Luglio Lug 2017 17 luglio 2017

Oggi il verdetto. Il muratore si proclama innocente e chiede un nuovo test genetico

«Sarò un ignorantone ma non sono un assassino», aveva detto Massimo Bossetti l'1 luglio dell'anno scorso ai giudici della Corte d'assise di Bergamo prima che si ritirassero in camera di consiglio: chiedendo, anzi «implorando» che ordinassero un nuovo esame del Dna, «quel Dna non è il mio». Non gli credettero: dieci ore di camera di consiglio, e la sentenza che lo condannava all'ergastolo per avere ucciso Yara Gambirasio il 26 novembre 2010.

Stamattina Bossetti tornerà a sedersi davanti ad una giuria: tribunale di Brescia, corte d'appello. Parlerà anche a loro, ai due giudici e ai sei giurati che oggi decideranno la sua sorte. Se non saprà essere più convincente di un anno fa, per lui sarà la fine. Conferma dell'ergastolo, e solo l'esile speranza della Cassazione a separarlo dal carcere a vita.

Ce la farà, Bossetti? Saprà smuovere i convincimenti che nelle quattro udienze il processo ha sedimentato nella Corte, saprà alimentare i dubbi che i suoi difensori hanno cercato di portare in aula, spingendo i giudici a muoversi con gli strumenti della ragione nel difficile terreno dell'orrore, a affrontare con il rigore della logica anche le immagini terribili del corpo di Yara, dei leggins strappati, di una mano di ragazzina stretta disperatamente intorno a uno sterpo?

Sarà quello, il rischio di una sentenza emotiva dall'esito inevitabile, il primo nemico di Bossetti. Non è un uomo che ispiri simpatia a pelle, Bossetti, e a volte gli si coglie un che di torvo nello sguardo: ma chi - anche innocente - al suo posto avrebbe ormai lo sguardo limpido? Se scavallerà questi ostacoli, se costringerà i giudici e i giurati alla fredda analisi, allora tutto può accadere. Perché per condannarlo all'ergastolo serve una certezza granitica e quasi inumana nella scienza, nella infallibilità dei laboratori, nella sacralità di quella prova del Dna che anche in questo processo il muratore e i suoi hanno chiesto di ripetere.

«Meri indizi»: questo è tutto il resto degli elementi raccolti contro Bossetti. A dirlo non sono i suoi difensori, ma la sentenza che un anno fa lo condannò all'ergastolo. Il Dna è «assolutamente affidabile, privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa», scrisse allora il giudice Antonella Bertoja. Ma se il dubbio su quella affidabilità assoluta, sulle modalità di prelievo e di analisi, sulle cellule e sui mitocondri oggi fa breccia nelle menti della Corte, allora a dimostrare che Bossetti è il mostro resta poco o niente.

Paradossalmente, un varco al dubbio potrebbe averlo aperto anche il rappresentante dell'accusa, il procuratore generale che ha chiesto la conferma della condanna all'ergastolo. A Bergamo, in primo grado, il pm Letizia Ruggeri era stata attenta a non formulare ipotesi azzardate su moventi e dinamiche sconosciute: il Dna dice che è Bossetti, punto e basta. In appello invece l'accusa si è spinta a immaginare un film del delitto: Bossetti che incontra la ragazza per caso, la invita a salire, lei accetta, poi «una frase o un gesto sbagliato ha scatenato la reazione di Yara». Ma è proprio in questa ricostruzione che affiorano le falle logiche più vistose: il comportamento di Yara, la sproporzione tra movente e delitto, e soprattutto l'incredibile conclusione, Bossetti che non uccide Yara ma le dà un botta in testa, la taglia in superficie, e la scarica tramortita ma viva nel campo di Chignolo d'Isola. Con la speranza che muoia? Col rischio che si salvi?

Tutto il resto non è nulla: i passaggi del furgone di Bossetti a Brembate, le fibre sul corpo di Yara, i siti porno visitati da lui. Meri indizi, forse neanche questo. Il processo è Dna, solo Dna.

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