Milioni di venezuelani in coda Sangue sul voto contro Maduro

Milioni di venezuelani in coda Sangue sul voto contro Maduro
17 Luglio Lug 2017 17 luglio 2017

I collettivi del presidente sparano sulla folla in fila per votare il referendum non ufficiale: un morto e 3 feriti

Si macchia di sangue il referendum indetto dall'opposizione venezuelana contro il controverso progetto del presidente Nicolas Maduro di dare vita ad un'Assembla Costituente, azzerando definitivamente, dopo il tentativo della Corte Suprema, il Parlamento, controllato dallo scorso dicembre dall'opposizione. Almeno una persona è stata uccisa ieri nella zona occidentale di Caracas, (altri fonti parlano di due morti) colpita da un gruppo di uomini armati che hanno aperto il fuoco su una fila di persone che stavano aspettando di votare al referendum, non vincolante.

«È successo a Catia, (quartiere della capitale) dove paramilitare hanno sparato ferendo 3 o quattro persone gravemente» ha reso noto su Twitter Carlos Ocariz, responsabile locale della consultazione. Un clima elettorale tutt'altro che sereno, quindi. Nonostante le minacce continue del regime di Nicolàs Maduro e i raid continui dei collettivi armati - dodicimila uomini disposti a non retrocedere di un millimetro dal libretto scritto all'Avana dal castrismo e che vorrebbe fare del Venezuela una seconda Cuba - ieri sono stati almeno 7.2 milioni i venezuelani che hanno risposto con un triplice «Sì» all'appello del referendum auto-organizzato dall'opposizione e non riconosciuto dal governo bolivariano. Il primo «Sì», quello più importante, si riferisce al non riconoscimento dell'assemblea Costituente con cui Maduro vuole imporre - il 30 luglio prossimo tramite un «voto frode» non a suffragio universale bensì controllato e limitato a fare votare il 10% dei venezuelani più fedeli al chavismo - la dittatura nel Paese di Simon Bolivar, chiudendo un Parlamento che ha il solo difetto di essere controllato a maggioranza assoluta dall'opposizione per sostituirlo con un'Assemblea delle Comuni fedele al 100% al pensiero comunista in versione castrista (e secondo il quale tutto, anche il cibo, deve essere distribuito al 100% dallo Stato padrone). Il secondo «Sì» è in realtà un appello alle forze armate, chiamate a difendere null'altro se non l'attuale Costituzione, promulgata tra l'altro nientemeno che da Chavez in persona, in un 1999 che oggi appare lontano anni luce. Il terzo «Sì», infine, 11 milioni di venezuelani lo hanno espresso nell'urna affinché siano convocate al più presto elezioni, tanto presidenziali come locali, elezioni che invece Maduro si ostina a rimandare da quando nel 2015 si è accorto che oltre il 70% dei suoi connazionali è disposto - anche a costo della vita o di perdere il lavoro statale - a votare contro al Psuv, il suo partito socialista unito, oggi ai minimi storici e sotto il 25% a detta di tutti i sondaggi indipendenti.

Per la cronaca Catia - dove i collettivi sono stati respinti ieri al pari che nei seggi di La Pastora, Petare e Guarataro - sono tutte zone di Caracas che quando c'era a Miraflores Hugo Chavez erano feudi inespugnabili del chavismo mentre ieri, con Nicolàs Maduro alla presidenza, si sono riversati a migliaia pur di sfidare apertamente il regime e dire no alle sue aspirazioni dittatoriali: anche il presidente ella Conferenza episcopale ha votato. Gli organizzatori per ieri avevano allestito oltre duemila «posti sovrani», così ha deciso di chiamare i seggi l'opposizione, in grado di ricevere oltre 14 milioni di elettori sparsi in tutto il Paese e anche in molti Paesi esteri, compresa l'Italia, dove numerosa è la presenza di esuli venezuelani. L'obiettivo minimo è superare quota otto milioni, ottenendo così un numero ampiamente maggiore alle firme che sarebbero state sufficienti, lo scorso anno, a mandare a casa il presidente Maduro in un referendum, che anche in quell'occasione, il regime che controlla tutto, anche il Consiglio elettorale, aveva impedito.

Con 7,2 milioni non solo è stato superato l'obiettivo minimo ma, soprattutto, la maggioranza dei venezuelani ha mandato un messaggio chiaro al presidente: la dittatura della tua Costituente “alla cubana” proprio non la vogliamo.

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