Tumore alla prostata rischia di più chi è alto e grasso

26 Luglio Lug 2017 24 giorni fa

di Maria Sorbi

Oltre al Dna, a dire se un ragazzo o un uomo avranno alte probabilità di ammalarsi di tumore alla prostata sono anche altri due elementi: l'altezza e il peso. I più alti e i più obesi possono avere problemi più facilmente. Lo dimostra uno studio dell'università di Oxford, da poco pubblicato sulla rivista Bmc medicine. Il campione analizzato dai ricercatori britannici comprende 142mila uomini di otto Paesi (Danimarca, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Regno Unito, Germania e Grecia). «I risultati delle analisi - spiegano i ricercatori - indicano che l'altezza non è associata al rischio di cancro alla prostata in generale, ma il pericolo di ammalarsi di una forma di alto grado (dunque aggressiva) e di morirne aumenta rispettivamente del 21 e del 17 per cento ogni 10 centimetri di altezza in più». Lo stesso principio vale anche per la larghezza dei fianchi, che sembra far lievitare il rischio del 18 e 13 per cento ogni 10 centimetri girovita.

IL CHIRURGO ROBOT

Le operazioni chirurgiche sono diventate poco invasive e super intelligenti e gli esami di prevenzione sempre più precoci e precisi. Ecco i nuovi traguardi raggiunti nella battaglia contro il tumore alla prostata, che colpisce ogni anno 30mila uomini in Italia. A raccontare i passi in avanti fatti è Patrizio Rigatti, urologo di lunga carriera attualmente direttore scientifico di Urologia all'istituto Auxologico di Milano. «In sala operatoria - spiega il medico - la laparoscopia è ormai paragonabile a una vecchia 127 Fiat, la Ferrari testa rossa del momento è rappresentata dalla chirurgia robotica, che garantisce incisioni lievi e prestazioni estremamente precise e millimetriche. Facciamo tutto in 3D e finalmente possiamo garantire un'ottima pulizia delle metastasi ossee, anche quelle appena accennate, e delle cellule che fanno scattare l'allarme sulla ripresa della malattia. In sostanza, diamo molte più chance a chi è malato: scenari che fino a pochi anno fa erano impensabili». Anche gli esami per la diagnosi precoce sono in grado di dare risposte più tempestive rispetto a qualche anno fa e permettono di intervenire prima ancora che i sintomi siano evidenti. Tutto merito dei nuovi mezzi di contrasto: il gallio e la cuprymina riescono a localizzare cellule che la colina non era in grado di fotografare. E così anche l'analisi del Psa (l'antigene prostatico specifico) è diventata più precisa e dà risposte migliori rispetto al passato. Se il valore del Psa comincia a salire, bastano un esame del sangue o delle urine per individuare eventuali marcatori da tenere sotto controllo e la loro affidabilità è superiore all'80%.

PREVENZIONE FIN DA PICCOLI

E poi ci sono le analisi del sangue di ultima generazione, che rilevano le eventuali cellule tumorali in circolazione e, dopo l'operazione, permettono di capire in tempi rapidi se bisognerà intervenire ancora o se è il caso di cambiare terapia. Non solo, chi vuole portarsi avanti e capire se il tumore alla prostata sarà un problema in futuro, può far fare l'esame preventivo già ai propri figli, da piccoli. Una precauzione eccessiva? Più che altro un atto di responsabilità consigliabile se in famiglia ci sono già stati dei casi e, poiché il 50% dei malati di cancro prostatico ha ereditato la malattia, è bene sapere cosa dice la mappa cromosomica. Se le analisi del sangue dovessero evidenziare il rischio, si sa che, attorno ai 40 anni, sarà il caso di fare un esame più approfondito.

UN FARMACO NUOVO

Il 90% dei pazienti malati di tumore alla prostata guarisce. Ma il dato si può ulteriormente migliorare grazie a un nuovo farmaco. L'abiraterone acetato, finora somministrato nelle forme più avanzate della malattia in combinazione con la tradizionale terapia ormonale per gli uomini con metastasi riduce del 38 per cento il rischio di decesso. I dati dello studio, condotto su 1.200 pazienti, sono stati presentati a Chicago, durante il congresso della Società American adi Oncologia Clinica (Asco). Il farmaco avrebbe raddoppiato il tempo medio intercorso prima che la malattia ricominciasse a progredire: da 14,8 a 33 mesi.

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