Una stangata dietro l'obbligo del bancomat

Una stangata dietro l'obbligo del bancomat
7 Agosto Ago 2017 07 agosto 2017

Il pagamento con il chip è il futuro. Ma obbligare ad accettare le carte significa tassare ulteriormente i commercianti

Il governo avrebbe intenzione, con un decreto, di rendere obbligatorio l'utilizzo della moneta elettronica per commercianti, professionisti e lavoratori autonomi in generale. Previste sanzioni per chi non si adegua. Ci sembrava di averla già sentita questa storia, con il governo Monti. Si sarà trovato un escamotage per non applicarla. Questa potrebbe essere la volta buona, i consumatori avranno sempre il diritto di tirar fuori il proprio bancomat, o carta, per pagare il conto. I giornali, c'è da scommettere, nei prossimi giorni tireranno fuori dai cassetti le statistiche per le quali l'Italia è praticamente ultima in Europa nei pagamenti elettronici.

Diciamo subito che il pagamento con il chip è il futuro. E che, depurato dalla retorica anti-evasione, è molto più conveniente sulla carta, sia per chi paga sia per chi incassa, venir soddisfatti con un bancomat invece che con la cartamoneta. Gestire il contante ha un costo (8 miliardi, si calcola) e comporta alti rischi (non solo rapine, ma anche smarrimento).

Eppure le cose non sono così semplici. L'obbligo del bancomat (scriviamo così per semplicità) diventerà l'ennesima tassa italiana. E sarà una imposta regressiva: cioè sarà tanto più pesante, quanto più basso sarà il fatturato. Non raccontiamoci palle. Le banche per svolgere il servizio di moneta elettronica (ovviamente, diciamo noi) si fanno pagare. In genere una commissione percentuale sulla transazione e una fissa per la tenuta dell'apparecchio elettronico.

Se i nostri politici lavorassero per qualche mese in una bottega, in un'officina o semplicemente compilassero una fattura per la propria attività professionale, forse si renderebbero conto di quanto siamo invasi di piccole gabelle, tutte ovviamente per una buona, buonissima ragione. Abbiamo le trattenute previdenziali, ovviamente per la nostra pensione che non avremo. Abbiamo i contributi (dal due al quattro per cento) per le nostre casse professionali e obbligatorie. Abbiamo l'Irpef nazionale e quello regionale e quello locale. Abbiamo, se ci azzardiamo a dare da lavorare a qualcuno, l'Irap. Abbiamo bolli su ogni documento che facciamo. Abbiamo i versamenti obbligatori per le inutili Camere di commercio che ci daranno pure l'archivio di bilanci più efficiente del mondo, ma nessuna garanzia che un terzo ci paghi (chi scrive aspetta invano da due anni che una società quotata, la ItWay, paghi una fattura). Abbiamo spese su tutti gli innumerevoli obblighi che i nostri parlamentari geniali si sono inventati per la tutela del presunto bene pubblico: dalla sicurezza sul lavoro alle certificazioni energetiche, dagli assurdi corsi di aggiornamento professionale alle tasse sulle insegne.

Ci siamo davvero rotti le scatole, noi autonomi, del bene collettivo, fatto coi nostri quattrini. Ci vorrebbe qualcuno che si preoccupasse piuttosto del nostro bene, molto individuale certo, ma grazie al quale l'economia gira.

Anzi, forse è meglio di no: lasciate solo in pace autonomi e professionisti.

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