Quarenghi, lo zar italiano dell'architettura russa

Quarenghi, lo zar italiano dell'architettura russa
13 Agosto Ago 2017 6 giorni fa

Lavorò per 40 anni al servizio di tre imperatori firmando fra Sette e Ottocento decine di edifici

In una remota escursione a Capiatone, frazione di Rota d'Imagna, in provincia di Bergamo, si arriva alla casa di pietra dell'architetto Giacomo Quarenghi, e si vede una pianta di rose rosse che sembrano un omaggio alla memoria di quel grande. La casa appare oggi così come egli la illustrò in un acquerello, forse dei primi dell'Ottocento, nel quale leggiamo a china: «la maison ou je suis né a Bergamo».

L'omaggio floreale sembra coronare la festa di popolo che qualche giorno fa, nella chiesa di San Siro, ha accompagnato la presentazione di «Quarantotto lettere a Giacomo Quarenghi», conservate nella biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo, pubblicate da Graziella e Vanni Zanella, in occasione del secondo centenario della morte dell'architetto. La comunità di Rota d'Imagna è orgogliosa di questo suo figlio, che si era formato prima a Bergamo e poi a Roma, dove avrebbe avuto l'opportunità di essere allievo di Anton Raphael Mengs e Stefano Pozzi, prima di essere chiamato, a 35 anni, nel 1779, a San Pietroburgo da Caterina II di Russia. Si sentiva forte lo spirito di appartenenza a questa valle da cui partì Giacomo, per tornare a ricevere festeggiamenti e onoranze nel municipio di Bergamo nel 1810.

Tutto era iniziato quando, durante il soggiorno a Roma, Quarenghi si era misurato con un'opera straordinaria, i Quattro libri di Andrea Palladio, pubblicato nel 1570, dove, oltre allo studio dell'architettura classica, una sezione è dedicata alle fabbriche dello stesso architetto che, grazie al libro, ebbero grande successo in Europa e in America. Una fortuna senza precedenti, che ha reso Palladio il più universale degli architetti, e il più imitato. L'emozione di quell'incontro con Palladio, che ho provato anch'io, è ben descritta dal Quarenghi: «la Provvidenza volle che mi capitasse casualmente alle mani un Palladio delle migliori edizioni. Lei non potrà mai credere l'impressione che fece in me un tal libro; ed allora fu che m'avvidi che aveva tutta la ragione di temere di essere stato male indirizzato. Il dar di calcio ai principi già appresi, e l'abbruciare quasi tutti i disegni fatti fu un punto solo; e sempre persuaso che bisognava pigliare altra strada per giungere a qualche cosa di buono, non pensai più da lì in avanti che a studiare i tanti Monumenti di eccellenti fabbriche che si trovano in Roma, sopra delle quali si può apprendere la buona e perfetta maniera».

E subito Quarenghi ne dà prova nella sistemazione interna della chiesa di Santa Scolastica a Subiaco, con citazioni palladiane e impianti cinquecenteschi di ispirazione antiquaria. Dopo questo intervento inizia un gran tour nell'Italia settentrionale sulle tracce di Palladio e dei maestri del Cinquecento. Incontrerà a Venezia Tommaso Temanza, grande teorico e architetto, e Giannantonio Selva, che lo rassicureranno sulle scelte palladiane. Maturando il suo linguaggio architettonico, anche in rapporto con un sofisticato amico inglese come Lord Arundell, per il quale elaborò decine di disegni per la casa neopalladiana di Wardour nel Wiltshire, Quarenghi, tra la fine di aprile e l'inizio di agosto del 1775 fece un secondo viaggio con tappe a Venezia e a Bergamo «al solo fine di rinfrescarmi la memoria sopra le cose già vedute e unirmi in matrimonio con la signora Maria Mazzoleni». Tornato a Roma, progetta e realizza la tomba per Federico II di Svezia a Stoccolma; propone interventi per la chiesa di Seriate e per il restauro del palazzo del marchese Luigi Terzi a Morino al Serio, ed elabora disegni, su commissione del senatore Abbondio Rezzonico, fratello del cardinale Carlo, per la tomba di papa Clemente XIII e per la sala della musica del Palazzo dei senatori al Campidoglio.

Quarenghi è inquieto, nel misurare la sua visione e i suoi progetti con le grandi imprese della Sagrestia vaticana o del museo Pio Clementino, affidati a personaggi che disprezza, come Carlo Marchionni e Michelangelo Simonetti, tanto da desiderare di andarsene da Roma («spero però che si muterà la scena e che mi caverò da questa Babilonia»), come scrive all'architetto veneziano Francesco Milizia. L'anno dopo, mentre è a villa Adriana a Tivoli con il pittore Thomas Jones e l'architetto Thomas Hardwick, attraverso i quali conobbe anche John Soane, una sorta di Piranesi inglese, architetto classico e bizzarro insieme, Quarenghi, insieme all'architetto Selva, è scelto dall'agente russo Johann Friedrich Reiffenstein per andare alla corte della zarina Caterina II di Russia. Selva preferì rimanere a Venezia, mentre Quarenghi accolse l'invito.

Partì il 14 settembre del 1779 per San Pietroburgo, portando con sé il progetto di un palazzo idealmente destinato alla corte russa, tra utilità e razionalità. Nel gennaio del 1780, Quarenghi arrivò a San Pietroburgo e piacque subito a Caterina II. L'architetto sarebbe rimasto quasi quarant'anni in Russia al servizio di tre imperatori. Insieme ai progetti, Quarenghi inventa centinaia di disegni con vedute di San Pietroburgo, di altre località russe e capricci di paesaggio. Nel decennio 1780-1790 concepì più di cinquanta edifici indicati in una lettera autobiografica all'amico Luigi Marchesi, tra opere compiute e altre in fase di realizzazione. Si ricordano il palazzo Bezborodko; il palazzo inglese del parco nuovo di Peterhof; l'edificio della Borsa sull'isola Vasil'evskij; la Banca di Stato; l'Accademia delle scienze; il teatro dell'Ermitage; l'edificio e le botteghe degli argentieri sulla prospettiva Nevskij; il corpo delle logge di Raffaello, affrescate da Cristoforo Unterperger, annesso all'Ermitage; la sala del Trono del Palazzo d'inverno; il Collegio degli affari esteri sul Lungoneva; il mausoleo Lanskoy a Sofia, vicina a Carskoe Selo. A Ljalici, in Ucraina, edificò la villa di campagna per Peter Vasiljevic. In tutte queste architetture il riferimento costante ed evidente è Palladio. Nel progetto per la Borsa sono espliciti i richiami all'architettura termale dell'antica Roma; nella Banca di Stato il corpo centrale è derivato da una villa veneta con i portici laterali ispirati alle barchesse. Il teatro dell'Ermitage riparte dal modello del Teatro olimpico di Palladio e del Teatro antico di Sabbioneta, «essendo forse il primo, dalla rinascita delle belle arti, che sia stato costruito sul modello di quelli antichi per l'uso di spettacoli moderni». Alla morte dell'imperatrice Caterina, l'avvento del figlio Paolo I, di visione assai diversa dalla madre, non interruppe l'impegno di Quarenghi che, nel 1798, realizzò la cappella dei Cavalieri di Malta in Palazzo Voroncov. Pur nel minor fervore della Corte, Quarenghi costruì la cosa di Pavel Gagarin e il palazzo per Nicolaij Seremetev. Dopo il breve regno di Paolo toccò, nel 1801, al nipote di Caterina, Alessandro I, che riprese i fasti imperiali affidando nuovi incarichi a Quarenghi, come l'istituto Caterina, l'Ospedale per i poveri, l'istituto Smol'nyj per l'educazione delle fanciulle nobili e, ancora, il maneggio delle guardie a cavallo, le botteghe di palazzo Anikov, con un fregio di triglifi e metope su colonne ioniche.

Quarenghi lavora anche a Mosca per Seremetev. Di questa straordinaria mole di lavoro resta testimonianza nei volumi a stampa Fabbriche e disegni di Giacomo Quarenghi, curati dal figlio Giulio nel 1821. Dopo il ritorno in Italia nel 1810, colmo di onori ma anche di turbamenti («il mio viaggio in Italia mi fu fatale, non solo per il completo disastro di tutti i miei affari, ma particolarmente per la cattiva condotta dei miei figli»), Quarenghi, accompagnato dalla nuova moglie Maria Bianca Sottocasa, che non lo rese felice, tornò in Russia. Dopo la disfatta dell'esercito napoleonico a San Pietroburgo, Quarenghi realizzò l'arco trionfale per i reggimenti vittoriosi al rientro dalla capitale nel 1814, alla porta di Narva. Le sue facciate palladiane si rispecchiano sul fiume Neva. Felicemente Ippolito Pindemonte lo ricorda, sintetizzandone l'estro e la fortuna: «Ed or sul bianco Neva l'augusta/ Donna immortal chiamollo, altere moli/ Alza ed il nome suo con quelle al cielo».

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