Se l'Occidente si rimangia la libertà di parola

Se l'Occidente si rimangia la libertà di parola
27 Agosto Ago 2017 29 giorni fa

Robert Spencer ha solo messo in fila tutti i mattoncini della storia. E ne è uscito un piccolo capolavoro. Ancora non sappiamo se è stato tradotto in italiano (se così non fosse gli editori dovrebbero fare a gara per accaparrarsi un blogger definito «New York Times bestelling author»). Il suo titolo originale è The Complete Infidel's Guide to Free Speech (and Its Enemies). La cultura occidentale e in specie quella americana (basata sul primo emendamento) ha come suo architrave la laicità dello Stato e la libertà di parola e di espressione in tutte le sue forme (free speech). Ebbene, queste caratteristiche non sono proprie degli Stati islamici. E su questo passi. Il libro di Spencer ci racconta, con fatti, date, interviste, sentenze, come stiamo rinunciando a questi principî. Dal caso Fallaci, che conosciamo, a quello del presentatore tv americano Schilling, fatto fuori per un tweet in cui diceva che solo il 5 per cento dei musulmani è terrorista, in confronto al 7 per cento dei tedeschi che era nazista. Kaputt, dopo una violenta campagna di stampa e nonostante le sue ripetute (e non dovute, secondo Spencer) scuse è stato radiato. E che dire di quell'ufficiale dell'esercito americano, Hassan, in corrispondenza (cosa che sapeva bene l'Fbi) con un reclutatore dell'Isis e mantenuto al suo posto di lavoro, anzi promosso, fino a quando ha ammazzato tredici persone?

L'Occidente, dice Spencer, è vittima del politicamente corretto, si autocensura sulle questioni che riguardano l'islam. Stiamo tragicamente seguendo il consiglio di Mohamed Atta, il leader degli attentatori dell'11 settembre, che ai passeggeri del suo volo diceva: «Dovete solo stare calmi e vedrete che tutto sarà ok». Lo hanno preso in parola e il volo American Airlines 11 si è schiantato su una delle Torri gemelle. E la nostra libertà di parola e di critica si sta affievolendo, almeno quando si parla di questioni che riguardano il mondo islamico. «La libertà di parola contiene esattamente la libertà di disturbare, di ridicolizzare e di offendere. Se così non fosse, la dottrina del free speech sarebbe lettera morta. Dopotutto, le parole, i discorsi inoffensivi non hanno alcun bisogno di protezione, per di più con un emendamento costituzionale». La cosa sembra banale, ma non lo è. E Spencer ricorda centinaia di casi, dalle vignette danesi alle denunce dei vicini di casa, in cui per il solo fatto che a essere toccato fosse un nervo islamico, l'Occidente, l'America, e le Nazioni Unite si sono fermati. D'altronde, come scrive l'Oic (la rispettata Organizzazione per la cooperazione islamica che riunisce 56 nazioni), «il mondo islamico considera le vignette satiriche come una versione differente dell'attacco dell'11 settembre». Come dire: insultare il Profeta è per la nostra cultura un delitto simile a quello che voi occidentali attribuite al perpetrare una strage. Spencer scrive poi che «la sinistra internazionale» ha le sue buone ragioni per condividere queste posizioni: non ha mai amato e tollerato il dissenso. O almeno dopo gli anni '60 la sua involuzione è stata autoritaria, è diventata allergica al dissenso. Un libro che varrebbe la pena tradurre il prima possibile. Ci riguarda da vicino e ci spiega come la tendenza Boldrini non sia una prerogativa italiana. Tutt'altro.

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