La cura dell'artrosi inizia dalla bocca Un batterio l'imputato n°1

30 Agosto Ago 2017 30 agosto 2017

Si è scoperto che la pulizia dei denti rappresenta una valida protezione contro l'artrite reumatoide, una malattia autoimmune L'infiammazione del cavo orale può estendersi all'intero organismo e causare la malattia

Franca Iannaci

Dalla bocca alle articolazioni. L'igiene dentale non solo è essenziale per avere denti perfetti e salvaguardare le gengive, ma anche per impedire che infiammazioni e infezioni del cavo orale si estendano ad altri organi e compromettano il benessere e la qualità di vita. Il nostro organismo è costantemente esposto all'ambiente circostante e proprio dalla bocca i germi patogeni possono diffondersi, invadere altre parti del corpo e influire sulle condizioni cardiache, polmonari, renali. Inoltre possono aggravare lo scompenso metabolico nei diabetici, condizionare parti prematuri e nascite di bambini sottopeso. Nel corso del recente Congresso dei Reumatologi Europei Eular di Madrid è stata evidenziata una stretta connessione tra denti e articolazioni. Sottoporsi periodicamente alla pulizia dei denti per eliminare i depositi di tartaro almeno una volta all'anno, rappresenta una valida protezione contro l'artrite reumatoide, patologia che appartiene al gruppo delle malattie autoimmuni.

Infatti è stato recentemente identificato il batterio responsabile della parodontite, il Prophyromonas gengivalis, una delle cause dell'infiammazione alla base dell'artrite reumatoide, malattia autoimmune che colpisce appunto le articolazioni. I ricercatori della Johns Hopkins University (in uno studio di dicembre 2016 apparso su Translational Medicine) hanno focalizzato la loro attenzione su un altro batterio responsabile di infiammazioni alle gengive che, se non curato, può innescare un processo infiammatorio dell'intero organismo.

Il rischio di sviluppare l'artrite reumatoide è attribuibile nel 50% dei casi a fattori genetici e per il 50% a fattori ambientali. In attesa di ulteriori conferme, la sfida dei clinici è di rallentare il decorso della malattia, bloccare la progressione del danno alle articolazioni e migliorare i sintomi che vanno dal dolore, alla fatica, al gonfiore e alla rigidità delle articolazioni. Generalmente l'artrite reumatoide colpisce diverse articolazioni nello stesso momento, con sensazione di stanchezza e di febbre, sensazione di rigidità e dolore riscontrata prevalentemente al mattino. Le parti più colpite sono le dita, i polsi, i gomiti, le spalle, il collo, il femore e le ginocchia. Può provocare deformazione e dolore che possono portare fino alla perdita della funzionalità articolare e si manisfesta prevalentemente al termine dell'adolescenza o tra il 4° e 5° decennio di vita. Un secondo picco si osserva tra i 60 e 70 anni.

In Italia sono 6 milioni i pazienti affetti da malattie reumatiche e oltre 400mila soffrono di artrite reumatoide. La maggior parte di loro è composta da donne tra i 35 e i 50 anni, che spesso impiegano anni prima di ricevere la giusta diagnosi o la terapia più adeguata. Dolore e rigidità sono proprio i sintomi più invalidanti riferiti dai pazienti affetti artrite reumatoide, che possono perdurare nonostante le terapie. Una variante precoce dell'artrite è costituita dall'artrite reumatoide dell'infanzia definita anche artrite idiopatica giovanile. Le manifestazioni cliniche della malattia portano a disabilità nell'80% dei casi e la sopravvivenza è ridotta di alcuni anni. Risulta debilitante a tal punto che si registrano ricoveri dovuti alla patologia. Una situazione che produce una serie di effetti a catena: fra i costi indiretti dovuti alle prestazioni previdenziali erogate e le perdite di produttività dovute alle assenze dal lavoro del paziente e dei familiari, la spesa è pari a 4.183 euro l'anno (il 31% del totale) per un numero medio annuo di 65 giornate di assenza.

La valutazione dell'impatto del dolore ha assunto un ruolo sempre più importante nella percezione della gravità della malattia: «Una indagine della Rheumatology Patient Foundation americana riferisce che il 68% dei malati non aveva neanche un giorno al mese senza dolore e solo un quarto degli intervistati ha confermato che la rigidità articolare mattutina migliorava nelle ore successive, mentre per la maggior parte perdurava costantemente» spiega il professor Luigi Sinigaglia dell'Unità Operativa di Reumatologia dell'Istituto Gaetano Pini di Milano. «Si tratta di un aspetto molto importante» prosegue. «Non va dimenticato che molti pazienti sono nel pieno della propria attività lavorativa e offrire loro una terapia efficace significa spesso dare la possibilità di continuare a inseguire i loro obiettivi. Questo è possibile ancor di più grazie alle nuove molecole come baricitinib: sino a pochi anni fa tra il 32 e il 50% dei pazienti perdeva il lavoro entro dieci anni dalla diagnosi. Le terapie attualmente disponibili sono invece in grado di migliorare la capacità lavorativa diminuire il dolore e raggiungere l'obiettivo della remissione».

Per rallentare la progressione del danno articolare, diminuire il dolore e la tumefazione sono efficaci i nuovi anticorpi monoclonali: «Nello studio Ra-beam è stato evidenziato un calo del 30% dei sintomi dolorosi nelle attività quotidiane già dalla prima settimana di trattamento con il nuovo anticorpo monoclonale baricitinib che si associava al miglioramento del 30% nelle attività lavorative con effetti positivi già alla 12ma settimana di trattamento».

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