Morto Gastone Moschin, l'attore era l'ultimo degli Amici miei

Morto Gastone Moschin, l'attore era l'ultimo degli Amici miei
5 Settembre Set 2017 05 settembre 2017

Adesso l'architetto Rambaldo Melandri, che nel film di Monicelli Amici miei (1975) impazzava tra zingarate e ristoranti toscani, se n'è andato insieme a Gastone Moschin, uno degli interpreti di quell'intramontabile commedia. Nato l'8 giugno 1929 a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, Moschin aveva cominciato a lavorare in teatro negli anni Cinquanta, impiegandosi prima nella compagnia dello Stabile di Genova e poi in quella del Piccolo di Milano, quindi dello Stabile di Torino. Soltanto nel 1983 l'attore, tagliato per le parti leggere e grottesche, formerà una sua compagnia, con la quale porterà in scena Giovanni Goldoni (Sior Todero brontolon), Arthur Miller (Uno sguardo dal ponte) e Anton Cechov (Il gabbiano).
Ultimo rimasto del gruppo di Amici miei, composto da Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Duilio Del Prete e Adolfo Celi, il ruolo del superstite gli andava stretto. «Ho incontrato un angelo. Un angelo maschio o femmina? Gli angeli non hanno sesso! Insomma, c'ha le poppe o non c'ha le poppe?», si chiedeva l'architetto Melandri. E naturalmente, tutti sospettavano che, dietro al personaggio, ci fosse Moschin di persona a suggerire battute ridanciane, con toni tra il drammatico e il bizzarro. Ma è grazie alla tv che il grande pubblico ha conosciuto e stimato l'attore dal viso particolare, gli occhi chiarissimi a quasi gelidi, che l'immancabile risata rendeva più cordiali.
Nell'Italia del boom, Moschin gira L'audace colpo dei soliti ignoti (1960), diretto dall'ironico Nanni Loy, per poi interpretare Che gioia vivere! di Réné Clément e Tiro al piccione, nello stesso anno, con Giuliano Montaldo. È nel periodo d'oro del cinema italiano, quei Sessanta dalle mille speranze per il nostro paese, che l'attore presta la sua poderosa figura ad Anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa, L'amore difficile (1963) e La visita (1964) di Antonio Pietrangeli. Ma la svolta avverrà con Signore & signori (1965), diretto dall'ingiustamente dimenticato Pietro Germi, commedia umoristica ravvivata dalla presenza di Virna Lisi, accanto alla quale Moschin potrà sfoggiare la sua «verve» bonaria, nel ruolo di un marito schiavizzato, che ha un sogno impossibile: flirtare con una commessa. Nel 1968, Una moglie giapponese di Gian Luigi Polidoro, lo vede nuovamente protagonista, starring un ragioniere spedito in estremo oriente, per scoprire la superficialità degli occidentali. Sarà un evaso in 7 volte 7 (1969) di Michele Lupo e quasi un cowboy nel western Gli specialisti (1969) di Sergio Corbucci. Sono anni facili, per Gastone Moschin, che sulla scena italiana irrompe con una vena di alterità, poggiata soprattutto su un fisico particolare, molto amata mentre il paese cercava di aprirsi all'estero. Durante questo fortunato periodo, egli reciterà in circa 25 pellicole non propriamente d'autore: da Il grande colpo dei 7 uomini d'oro a Dove vai tutta nuda? di Pasquale Festa Campanile, detto dagli amici Din Don Dan, i lavori di Moschin vengono girati in fretta e mirando all'incasso. Più meditati film come Il fornaretto di Venezia (1963) di Duccio Tessari e Le stagioni del nostro amore (1966) di Florestano Vancini.
Negli anni Settanta di piombo e di lotta, l'attore si calerà nella pare del guappo napoletano ucciso da don Vito Corleone, alias Robert De Niro ne Il padrino Parte II (1974) di Francis Ford Coppola. L'anno dopo, sarebbe arrivato il ruolo della vita con l'architetto di Amici miei, devoto agli sbandamenti funesti. Le sue disavventure sentimentali proseguiranno fino ai due episodi successivi, tanto da arrivare a una duello con tanto di sciabola nel terzo film della serie, girato da Nanni Loy nel 1985. Da Bernardo Bertolucci, col quale gira Il conformista (1970) a Florestano Vancini, che lo dirigerà ne Il delitto Matteotti (1973), non mancano, nella carriera di Moschin, gli autori pronti a metterne in luce il lato comico-surreale, dandogli spazio in film di peso.
Però l'attore, nel corso della sua lunga carriera ha saputo alternare prodotti commerciali come Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa a Paolo il caldo. Resta, comunque, non dimenticabile la sua performance in Milano calibro 9 (1972) di Fernando Di Leo, dove Moschin impersona il criminale Ugo Piazza, che, scontati tre anni di carcere, è sospettato dai compari do aver intascato il frutto della loro rapina. Con la sua espressione da boss e, al contempo, l'aria innocente, l'interprete in un certo senso riuniva le sue due anime, sospese tra ambiguità e schiettezza. Nel film politico Si salvi chi vuole (1980), formato da Roberto Faenza, Moschin seppe incarnare in modo credibile un deputato imborghesito del disciolto Pci perso dietro alla moglie disinvolta

Commenti

Commenta anche tu