Il manifesto di Muray contro i "caritatevoli"

Il manifesto di Muray contro i caritatevoli
10 Settembre Set 2017 9 giorni fa

Falsi filantropi e veri censori. Lo scrittore francese già nel 1991 osò smascherare l'ipocrisia dominante

Lo scrittore francese Philippe Muray (1945-2006) è l'ennesimo segreto della cultura europea che nessun editore voleva rivelare al lettore italiano. Non solo «fa discutere» ma è davvero «controverso». Non avrebbe potuto, peggio: non avrebbe voluto, sedersi davanti a Fabio Fazio. Aveva e ha una carica provocatoria irriducibile agli schemi. Non appartiene al mainstream sinistrorso né a quello (infinitamente più piccolo) destrorso. È una spina nel fianco di tutti: reazionari e progressisti. Insomma, Muray è proprio fastidioso. Sono stati quindi coraggiosi i due editori che gli hanno dato la parola: Mimesis, che oggi propone L'Impero del Bene, e Miraggi, che ha stampato l'anno scorso il non meno interessante cari jihadisti... (su questo, vedi box a parte). Due saggi agili che rivelano solo un aspetto della personalità artistica di Muray, anche romanziere e critico.

Ne L'Impero del Bene (traduzione e introduzione di Francesca Lorandini, Mimesis, pagg. 104, euro 12) Muray osa l'inosabile: punta il dito contro i buoni e i caritatevoli. L'ipocrisia tartufesca ha sempre prodotto danni. Le citazioni da Molière, De Sade, Céline e molti altri «immoralisti» sono lì a dimostrarlo. Mai però era stata elevata a tratto principale dell'ideologia dominante. Occhio alle date. L'Impero del Bene è del 1991... Incredibile: sembra scritto ieri e non è una frase da fascetta editoriale. La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, celebrato saggio contro il politicamente corretto, risale invece al 1993. I due libri hanno molto in comune e Muray non è meno acuto o divertente di Hughes. Il secondo però ha avuto successo perfino in Italia. Muray resta invece un perfetto sconosciuto. Insomma, avevamo un Robert Hughes alle porte di casa ma fino a ora nessun editore italiano lo ha ritenuto interessante.

Il punto di partenza de L'Impero del Bene è il seguente: «Ci troviamo oggi in una situazione che ricorda ma è mille volte peggio, è mille volte più inquietante quella del Seicento, quando avere un'opinione propria, essere un individuo, mostrarsi come individuo (e non un avanzo di individuo farlocco, di scarto, di quelli che sanno distinguersi grazie al vestito, la macchina, il look, gli hobby, eccetera) costituiva la definizione stessa di eresia. La libertà di pensiero è sempre stata una malattia. Oggi, finalmente, possiamo dirci completamente guariti. Chi non declama il catechismo collettivo è additato come pazzo». Il catechismo collettivo è la legge dell'Impero del Bene.

I confini dell'Impero del Bene sono quelli del conformismo dei nostri tempi, che impone la virtù e rifiuta il Male. Non che il Male sia scomparso. Tutt'altro. Ma noi non siamo più capaci di riconoscerlo e addirittura ci sforziamo di amarlo. Il Bene è dappertutto. Nelle battaglie «civili» come nel salutismo. Il politicamente corretto è l'arma imperiale più potente, la Morte nera che stabilisce chi può parlare (in nome del Bene) e chi deve tacere (tutti gli altri). Spiega Muray: «Ogni secolo ha il suo Tartufo. Il nostro è un po' cambiato. È cresciuto, ha cambiato look. È socio fondatore di varie associazioni NO a qualcosa, CONTRO qualcos'altro, ha frequentato le migliori università e scuole di specializzazione, è socialista moderato o progressista scettico o centrista del terzo tipo». Dietro tanto parlare di Virtù e Bene, si nascondono i vecchi valori del socialismo, spogliati delle parti ormai ridicole, tipo la dittatura del proletariato. Il Grande Fratello è diventato «carino, simpatico, conviviale, rassicurante». Praticamente «un filantropo pieno di offerte irrefutabili e carico di progetti irreprensibili». Che portano al collettivismo, alla redistribuzione, alla uguaglianza. A scapito della comodità di essere liberi. E ormai a scapito perfino della comodità di essere vivi, poiché la nostra bontà ci spinge a tollerare gli intolleranti.

Ma i buoni almeno sono davvero buoni? Muray: «La smania di persecuzione freme sotto l'ondata di crociate filantropiche». I buoni odiano con un'intensità spaventosa. Nel regno del Bene, l'esilio, sotto forma di bavaglio, è la condanna comminata a chi non si sottomette. L'indifferenziato nel sesso ti sembra forzare la mano alla natura, con conseguenze indesiderabili? Sessista. Pensi che l'immigrazione non controllata sia controproducente per gli italiani e per gli immigrati stessi? Xenofobo. Trovi inaccettabile che alcuni musulmani vogliano imporre una visione del mondo in cui la legge discende da dio? Razzista. Esigi il rispetto delle regole senza deroghe? Fascista. Giudichi il multiculturalismo un esperimento fallito che porta alla frammentazione e quindi alla implosione della società? Fascista e xenofobo. Ti pare assurdo giudicare il passato con gli occhi di oggi, e dare la caccia al Male nei secoli dei secoli? Fascista, xenofobo e ignorante. Chiedi di poter almeno discutere di tutto ciò? Populista, qualunquista, carogna. Non basta la pubblica riprovazione? Si possono sempre approvare leggi in favore di ogni minoranza reale o sedicente (col risultato inevitabile di distruggere lo stato di diritto a colpi di eccezioni, Giovanni Sartori docet).

Ma chi è l'imperatore? Non c'è alcun complotto. È tutto alla luce del sole. Muray: «A chi fa comodo il Terrore del Bene? A tutti, tranne a me, o quasi. Ai gangster di Stato, ai ricattatori morali o materiali delle lobby, e alla massa di spettatori che partecipano incessantemente alla festa e chiedono nuove misure di espansione del Terrore, con tanto di sanzioni per i contravventori». Così, in nome del Bene, il cosiddetto Occidente, secondo Muray già morto da tempo, dice addio all'individualismo e alla libertà, cioè a tutto quello che rende la vita se non bella almeno tollerabile.

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