"La mafia mi fa ridere. Ecco la mia Sicilia criminale e surreale"

La mafia mi fa ridere. Ecco la mia Sicilia criminale e surreale
15 Settembre Set 2017 15 settembre 2017

Lo scrittore catanese torna con "Sicilian comedi". "L'isola è arretrata? Siamo avanti di 200 anni..."

Who is Ottavio Cappellani?

«Scrittore catanese. Figlio di barone e madre proletaria. Da lei, pianista di Porto Empedocle, città di Andrea Camilleri, ho avuto in dote la lingua e l'ironia. Da mio padre, appassionato di cinema nato a Palazzolo Acreide, città greca per eccellenza, ho ereditato la struttura narrativa».

Siciliano di Catania, 48 anni, romanziere di genere sui generis, autore di Chi è Lou Sciortino?, inserito nel 2007 nel Reading the World, i 40 titoli più importanti tradotti negli Stati Uniti durante l'anno, poi del bestseller Sicilian Tragedi nel 2006 (recensito da David Leavitt con una paginata sul New York Times), poi del prequel Chi ha incastrato Lou Sciortino? nel 2009, e ora della nuova puntata della saga, che esce oggi da Sem, Sicilian Comedi, come fosse una serie tv. «Che è la forma più alta di narrazione oggi: raramente un romanzo sa dare profondità ai secondi e ai terzi personaggi come una serie televisiva».

Sei tornato sul luogo dei delitti.

«E delle fimmine, dei boss ma anche della filosofia, del teatro, della mondanità, delle buttanazze...».

È la tua personalissima, iperrealista e surrealista, Sicilia criminale. E barocca. Dal punto di vista narrativo e linguistico.

«Non ho mai capito se i siciliani sono così perché hanno il Barocco, o se esiste il Barocco perché ci sono i siciliani. L'uomo siciliano prende le cose alla larga, in maniera arzigogolata, complicata, poi all'improvviso si adduma, s'accende... e inizia a sparare. Siamo così».

Prima Sicilian Tragedi, ora Sicilian Comedi. Marxianamente, la letteratura si ripete sempre due volte. La prima come tragedia, la seconda come farsa. O commedia.

«La forma della Narrazione, il drama, cioè l'azione, la storia, nasce qui, nella Magna Grecia, dove sono nato io, fra il teatro greco di Siracusa e quello di Palazzolo, che fu riportato alla luce da un mio antenato barone. E quali erano i generi del dramma? Il primo era la tragedia, il secondo la commedia, e il terzo, riservato ai sapienti, la ilarotragedia, una forma particolare di farsa che veniva messa in scena subito dopo una tragedia per farne la parodia... Sono le stesse forme della narrazione che si insegnano ancora oggi nelle scuole di sceneggiatura a Hollywood».

Quindi stai dicendo che dopo Sicilian Tragedi, dopo questa Sicilian Comedi...

«Uscirà l'ultima parte della trilogia, una ilarotragedia. A ottobre 2019. Già tutto pianificato. Sembro un tipo disordinato. E nella vita lo sono in effetti... Ma dal punto di vista letterario, ho un progetto bene chiaro. L'ho in testa da dieci anni. Intanto, però, dopo la tragedia, che in Italia è predominante, e infatti nei romanzi, e anche nei film, per essere interessanti e intelligenti bisogna essere tristi, incazzati col mondo, profondi, godiamoci la commedia...».

Presentazione della tua commedia sul sito internet di Sem: «Prendete in parti uguali Breaking Bad, I Sopranos, Romanzo criminale e The Wire, Shakespeare e Peter Sellers. Shakerate energicamente e servite con decorazione barocca. Ecco Sicilian Comedi». L'ha scritto l'editore?

«L'ho scritto io. Ed è un omaggio alle narrazioni che per me sono state più importanti. Alcuni hanno come lettura imprescindibile Philip Roth. Io le serie tv, Romeo e Giulietta, i film di Peter Sellers. Ecco Sellers. Se ci fai caso, nella sua recitazione, è sempre distaccato dal mondo che gli sta attorno, c'è sempre uno scarto. Jacques Derrida dice: Lo stile è la distanza. Una cosa molto nicciana».

Dove vuoi arrivare?

«A dire che i miei personaggi - Lou Sciortino o Leonard Trent - hanno questa sorta di distacco. Sono italoamericani: ma siciliani quando sono in America e americani quando sono in Sicilia. Il distacco è nel modo che si sceglie per raccontare una storia. The Wire o I Sopranos dimostrano che si può parlare della criminalità organizzata anche nella forma della commedia. Una cosa strana per gli italiani, che continuano a chiedersi scandalizzati: Ma si può raccontare la mafia facendo ridere?».

Risposta?

«Sì. Io lo faccio. È un luogo comune che la tragedia sia la forma più alta della letteratura. Per me è la commedia».

Luoghi comuni. Qual è il peggiore sulla Sicilia?

«Che la Sicilia sia una terra arretrata. È il contrario. Siamo sempre stati più avanti di tutti. Con i romani abbiamo sperimentato per primi cosa sia l'Impero, e per primi abbiamo conosciuto la decadenza. Noi oggi siamo come sarà l'Europa tra 200 anni. La Sicilia - dove è passata l'intera cultura che ha formato l'Occidente, dai greci agli arabi al barocco - è quello che vi aspetta, dal punto di vista sociale, politico, culturale. Siamo un'isola modernissima, proiettata nel futuro».

E com'è questo futuro?

«Un posto in cui l'homo sapiens sta regredendo a homo demens. Non credo nelle magnifiche sorti e progressive. È più facile che le cose vadano a pu**ane, semmai. Il nostro è un mondo che si sta sgretolando. E la Sicilia, con le sue architetture magnifiche che si scrostano, col suo degrado sociale e la sua corruzione politica, è molto più avanti del resto dell'Occidente sulla strada del disfacimento».

I tuoi romanzi, dietro o dentro il genere giallo o della black comedy, raccontano l'orrore della sete di potere. Né i soldi né le donne valgono, per l'uomo, quanto il potere di comandare.

«Certo, perché l'ambizione di possedere il Potere è tutto e dappertutto. Io scrivo di mafia non perché sono siciliano, ma perché sono umano. E dico di più. Io non ho mai visto né conosciuto una forma di potere che non sia mafiosa. Anche il potere legittimo, la gestione della politica, è a suo modo mafioso».

Tra poco si vota in Sicilia. Cosa succederà?

«Nulla. Per via del sistema elettorale che abbiamo, in Sicilia non si può governare senza alleanze. E quindi siamo destinati all'ingovernabilità. E non perché qui domini la corruzione, ma perché per forza, anzi per legge, per governare occorre fare gli inciuci. Il voto di scambio non è quello tra il politico e il cittadino. Ma è quello tra parlamentari che si scambiano voti per approvare una legge o un finanziamento. Una situazione che non cambierà mai, perché in questo modo tutti, anche chi perde le elezioni, hanno in mano un po' di potere. Vedi che il Potere torna sempre?».

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