La "sfida" dei tradizionalisti a dieci anni dal Summorum Pontificum

La sfida dei tradizionalisti a dieci anni dal Summorum Pontificum
16 Settembre Set 2017 3 giorni fa

I cattolici tradizionalisti sono arrivati a Roma da tutto il mondo per celebrare il decimo anniversario del motu proprio con cui Benedetto XVI ha riportato alla luce il rito antico. Ma per Papa Francesco la "riforma liturgica è irreversibile"

I cattolici "tradizionalisti" di tutto il mondo si sono dati appuntamento a Roma per celebrare il decimo anniversario del motu proprio Summorum Pontificum, con il quale Benedetto XVI, nel 2007, riportò alla luce il rito romano antico. La ricorrenza è stata celebrata con un pellegrinaggio internazionale, che si concluderà domenica, e con un convegno che è servito a tracciare un bilancio dei dieci anni trascorsi, nonché a riaffermare l’importanza del contributo che la liturgia latino gregoriana continua ad offrire alla vita della Chiesa. Ospiti d’onore dell’evento, che si è svolto alla Pontificia università San Tommaso d'Aquino, Raymond Leo Burke, uno dei quattro cardinali firmatari dei “dubia” sull’Amoris Laetitia, il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, e il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, che a luglio ha dovuto lasciare la guida del Santo Uffizio dopo essere stato “licenziato” da Papa Francesco.

Se la tradizione attira i giovani

Quello “tradizionalista” è un universo in crescita. Sono sempre di più i ragazzi e le famiglie che frequentano la “messa in latino” e nelle comunità dove si celebra secondo il messale promulgato da S. Giovanni XXIII nel 1962 crescono le vocazioni al sacerdozio. Sono proprio i giovani preti, inoltre, quelli più “disponibili e aperti” a celebrare secondo il rito antico e dal 2007 il numero delle messe celebrate nella forma straordinaria del rito romano si è moltiplicato in modo significativo in Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Polonia e Stati Uniti. E i giovani, più di altri, sembrano apprezzare. “Tanti di loro cercano la sostanza dell’incontro con Cristo”, spiega il cardinale Müller, e la trovano nella Messa antica perché, spesso, “non la nuova liturgia in quanto tale, ma alcuni gruppi, con canti e altre iniziative, trasformano questa ricerca in un attivismo esteriore e superficiale”. Certo, permangono le diffidenze e i pregiudizi ideologici. Basati, spiega monsignor Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, sulla “vulgata che il Concilio Vaticano II si basi sulla rottura con la tradizione”. Al contrario, sottolinea l'arcivescovo, il Concilio “non ha abrogato i vecchi libri liturgici”. Quindi, per dirla con le parole di Ratzinger, “ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro”.

“Non chiamateli tradizionalisti”

I ragazzi che si sentono attirati da questa forma liturgica, ha aggiunto il cardinale Robert Sarah nel sua lectio magistralis, “non sono nostalgici, ma pieni della gioia di vivere la vita di Cristo, in mezzo alle sfide del mondo moderno”. Tra queste, la più insidiosa, secondo il prefetto della Congregazione per il Culto divino, è la “dimenticanza di Dio”. Alcuni elementi propri del rito antico, ha spiegato il cardinale, in particolare quello del “silenzio orante” o “dettagli” come quello della celebrazione ad orientem, possono contribuire a rimettere Dio al centro della liturgia e ad arginare quegli abusi liturgici denunciati più volte anche da Papa Francesco. La forma straordinaria del rito romano costituisce, quindi, un “genuino arricchimento per uno sviluppo organico del rito”. Viceversa, anche il messale antico, ha precisato il cardinale Sarah, può beneficiare delle aggiunte provenienti dal nuovo. Non esiste, quindi, “concorrenza” tra la forma ordinaria ed extra ordinaria del rito romano, ma una “relazione di mutuo arricchimento tra le due forme”. E a chi si definisce "tradizionalista" dice: “Non lasciatevi rinchiudere in una scatola, sul ripiano di una libreria o di un museo di curiosità, voi siete cattolici del rito romano come il Santo Padre, non siete cattolici di seconda classe, né membri particolari della chiesa”.

“Nessuna minaccia all’unità della Chiesa”

Durante la giornata, molti sono stati i riferimenti a Benedetto XVI. Pochi, in effetti, quelli a Papa Francesco. Il pontefice, del resto, è stato chiaro lo scorso 24 agosto, quando, davanti ai partecipanti alla 68esima settimana liturgica nazionale, ha affermato “con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile”. Le sue parole sono state subito interpretate dai vaticanisti come volte a mettere la parola fine a quel processo di “riforma della riforma” iniziato da Benedetto XVI durante il suo pontificato. Ma, a dieci anni di distanza dalla promulgazione del Summorum Pontificum, in molti restano convinti che sia necessario proseguire sulla strada del “reciproco arricchimento” tra la forma ordinaria e straordinaria del rito. Il rito romano antico, ha detto monsignor Guido Pozzo, costituisce, infatti, “una risposta radicale alle sfide della secolarizzazione”. “La liturgia antica”, dunque, “non dev’essere considerata come una minaccia all’unità della Chiesa ma, piuttosto, come un dono”, ha ribadito l’arcivescovo che sabato, al posto del cardinale Carlo Caffarra, scomparso pochi giorni fa, celebrerà la messa solenne nella basilica di San Pietro per i partecipanti al pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum. Sono circa 3mila, infatti, i “rivoluzionari conservatori” arrivati a Roma per celebrare la “giovinezza" del rito antico.

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