Soyinka il dissidente: "L'arma più forte è sempre il linguaggio"

Soyinka il dissidente: L'arma più forte è sempre il linguaggio
16 Settembre Set 2017 5 giorni fa

Il Nobel nigeriano: "Lo scrittore non accetta la schiavitù e combatte con le parole"

Wole Soyinka, il primo Nobel d'Africa (era il 1986), parla ovviamente di migranti, perché glielo chiedono. Dice, come è logico da parte di un uomo nato in Nigeria 83 anni fa, che ha studiato dagli «ex colonizzatori» britannici, che ha scritto poesie, drammi, saggi, memoir e romanzi in inglese, che ha utilizzato i soldi ricevuti da Stoccolma per costruire una Fondazione per scrittori nel suo villaggio natale (chiamata Saggio, dal soprannome di suo padre), che è stato incarcerato e poi costretto all'esilio perché ha lottato contro i dittatori del suo popolo, che «bisogna condividere le responsabilità». Responsabilità toccano «ai paesi d'origine», responsabilità a chi li «deve accogliere, perché siamo esseri umani»; e perché «che fare con le popolazioni che fuggono dall'Isis, o più precisamente dal Daesh, questi assassini sub-umani?».

Soyinka è in Italia, a Pordenone, dove riceve il premio Crédit Agricole Fiuladria «La storia in un romanzo», in occasione di Pordenonelegge. Ieri ha incontrato i giornalisti e risposto alle loro domande, oggi incontrerà i lettori al festival (ore 18, Teatro Verdi). Soyinka è anche quello che, per descrivere l'effetto Nobel, è ricorso a una frase attribuita a George Bernard Shaw: «Mi riesce facile perdonare l'uomo che ha inventato uno strumento infernale come la dinamite, ma come si fa a perdonare la mente diabolica che ha inventato il premio Nobel per la letteratura?» (in Sul far del giorno, La nave di Teseo 2016). È anche il cacciatore, che quando torna a casa desidera soprattutto «portare il fucile a fare due passi nella foresta, lontano dal caos delle strade della città». Il caos e il silenzio. La poesia e il fucile. Come il dio Ogun, il «suo» dio, la divinità della mitologia yoruba per la quale ha «sviluppato una attrazione» da molti anni. Spiega: «È la veridicità della contraddizione umana. L'uomo è un essere molto creativo, e molto distruttivo. Come può esistere questa contraddizione? Perché rientra nell'entità divina, come anche nella cultura greca antica e indiana. Ogun è il dio della lirica e della guerra: a volte è solitario, si rifugia in montagna a meditare; altre scende in campo. Questo dualismo esiste ancora, in noi: la divinità ci aiuta nella nostra vita». È questa la funzione del mito, secondo Soyinka: «Sono cresciuto in una società che ha conservato l'importanza della mitologia, in un'era di razionalità. Se riusciamo ad ancorare la nostra sensibilità alla mitologia miglioriamo il nostro modo di vivere: possiamo ampliare la nostra percezione a un mondo non reale, eppure basato su caratteristiche umane, sociologiche e scientifiche».

Ecco che, per esempio, «Shogo, dio del lampo e del fuoco», con l'introduzione di lavatrici, frigoriferi, lampadine e tutti gli annessi rivoluzionari dell'energia elettrica diventa «il dio dell'elettricità»; e «i fenomeni scientifici diventano familiari attraverso il mito». Ogun, in origine, è «il dio del ferro e della metallurgia, quindi dello sviluppo meccanico dell'umanità: nel suo portafoglio include molte competenze, per esempio le attività di autisti, ingegneri, meccanici, astronauti... perfino la fisica quantistica. Così la società non è alienata: la mitologia consente di evitare lo scollamento tra mondo razionale e mondo dell'immaginazione». Gli dèi intervengono anche nei suoi romanzi; per esempio nel primo, Gli interpreti (Jaca Book), storia di quattro nigeriani tornati in patria dopo avere studiato all'estero, pieni di speranze di cambiamento: «Ho guardato alla mia generazione: ci sentivamo gli ambasciatori del rinascimento africano, i paladini della liberazione del continente. Quelli che sarebbero andati a combattere, non i teorici». Poi l'incontro con la realtà, i nuovi governanti, «la prima ondata di nazionalisti», che di fatto «volevano solo prendere il posto dei colonizzatori». Perciò ciascuno dei protagonisti è sì avvocato, ingegnere, giornalista, professore; ma è anche legato a «un compito mitologico»: «Si sentivano umani, ma capaci di attingere ai poteri degli dèi, per combattere la corruzione, lo sfruttamento, quei nemici che erano diventati interni».

Nella lotta al potere il linguaggio è fondamentale: «La lingua ha due facce. Può essere usata distruttivamente, senza remore né coscienza: il potere è esercitato da molti attraverso il linguaggio e lo vediamo nella demagogia, nelle dittature. La retorica hitleriana ha molti cloni nel mondo di oggi: chissà quali giochetti usa Kim Jong-un per rendere schiava la sua gente, a quale retorica ricorre per entrare nella psiche e ottenerne il rispetto...». Poi c'è l'altra faccia: «C'è chi, a questo linguaggio, risponde in modo diverso e non si adegua: è il dissidente, l'artista, che prende a calci la schiavitù. Il linguaggio non dovrebbe essere abusato; ma può essere usato per liberare l'umanità, come è successo». Poco importa quale sia, questo linguaggio. Per lui l'inglese non sarebbe la «prima» lingua, ma è quella in cui scrive da sempre: «Per me non è un problema, sono cresciuto in un ambiente multilingustico. In Nigeria si parlano 300 lingue - non dialetti, lingue - e solo l'inglese è comune. Io parlo yoruba, ma in tribunale o in chiesa si parla inglese, arabo nelle moschee. E poi la lingua è molto flessibile. A volte, mentre leggo Shakespeare, mi chiedo: ma in che lingua è scritta questa tragedia? Mi sembra yoruba... E così per molte altre opere: la lingua perde significato e diventa accessibile a tutti. È un mezzo di espressione affascinante».

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