Ecco perché Cervi scriveva: "Giù le mani da Montanelli"

Ecco perché Cervi scriveva: Giù le mani da Montanelli
4 Ottobre Ott 2017 04 ottobre 2017

Dopo la Voce in molti a sinistra cercarono di arruolare Indro. Ma era appropriazione indebita

Con domani la collana «Fuori dal coro» continua ad arricchirsi con una nuova serie: ai pamphlet su tematiche di attualità, si alterna «Firme fuori dal coro». «Firme fuori dal coro» raccoglie in formato librario articoli dei più importanti giornalisti che hanno scritto sulle pagine de «Il Giornale» dalla sua fondazione a oggi. La seconda uscita, raccoglie ancora alcuni articoli di Mario Cervi dedicati a Indro Montanelli, visto dal grande amico e collega che ne difese sempre il pensiero conservatore e liberale da chi cercava di appropriarsene. Il libro sarà in edicola da domani, per due settimane, al prezzo di euro 3,50 oltre al prezzo del quotidiano.

Nel leggere questa seconda puntata degli articoli dedicati da Mario Cervi a Indro Montanelli, tutti scritti dopo la sua scomparsa e (quasi) tutti finalizzati a impedire alla sinistra di impadronirsi della figura del nostro fondatore dopo la rottura con Berlusconi e il ritorno al Corriere ,mi è venuta subito in mente l'unica occasione in cui tra i due, amici per la pelle e coautori di una indimenticabile Storia d'Italia, nacque un profondo disaccordo, rimasto in qualche modo sottotraccia ma non per questo meno importante. Fu quando Montanelli, contrario alla discesa in campo di Berlusconi e anche irritato dalla possibilità che Il Giornale potesse diventare solo una rotella della macchina di Forza Italia, prese pretesto da un equivoco episodio avvenuto nel corso di un'assemblea per sbattere la porta e schierarsi contro il suo editore. In realtà Montanelli stava già preparando, con l'aiuto del condirettore Federico Orlando e di alcuni altri colleghi antiberlusconiani, l'uscita della Voce, e reclutando in segreto tutti coloro che volevano seguirlo nella nuova avventura. Tra questi figurava, senz'altro al primo posto, proprio Mario Cervi, il collega che riteneva a lui umanamente più vicino.

Mario ed io eravamo amici da molto tempo; avevamo fatto diversi servizi insieme e insieme avevamo perfino condotto, con Egisto Corradi e Gino Palumbo, una memorabile battaglia sindacale per impedire che l'Associazione lombarda dei giornalisti diventasse una succursale del Pci. Io ero allora vice-direttore e, insieme con Paolo Granzotto e Antonio Tajani, l'unico membro del gruppo dirigente contrario alla rottura con Berlusconi; ma dalle voci di corridoio mi risultava che anche altri nutrivano dei dubbi e tra questi c'era, contro ogni logica aspettativa, anche Cervi. Decisi perciò di invitarlo a cena per sondarlo a fondo sulle sue intenzioni.

Fu una serata che non dimenticherò mai. Con la sua consueta sincerità, Mario non ebbe difficoltà ad ammettere che riteneva un errore che Indro, dopo avere lottato per una vita per la nascita di un centro-destra di governo, si sfilasse proprio nel momento in cui questo evento aveva finalmente la possibilità di realizzarsi, anche se non nel modo auspicato da lui. Ma, subito dopo, passò a parlarmi con voce commossa del suo rapporto con Indro, dei molti anni della loro collaborazione, del legame personale oserei dire quasi fraterno - che con il passare del tempo si era creato tra loro. A un certo punto, mi fece venire in mente un soldato che, avendo ricevuto l'ordine di partecipare e una carica che gli sembrava destinata al fallimento, non solo segue egualmente il suo ufficiale, ma vuole ad ogni costo sfidare il pericolo al suo fianco.

Mi resi ben presto conto che, mentre Mario approvava la mia decisione di restare al mio posto, sul suo futuro personale non avrebbe mai cambiato idea: per lui restare al fianco di Indro nella nuova avventura era soprattutto una prova di lealtà, che avrebbe affrontato indipendentemente dalle conseguenze. Perciò, a un certo punto, per una specie di intesa reciproca, ci mettemmo a parlare d'altro. Ma mi sono alzato da tavola con la ferma convinzione che, presto o tardi, in circostanze che in quel momento né lui né io potevamo prevedere, Mario sarebbe tornato all'ovile. E così, come tutti sappiamo, è stato, arrivando per un certo periodo addirittura a prendere il posto lasciato vuoto da Indro.

È alla luce di questa conversazione che, a mio parere, va letta la maggior parte degli articoli che seguono. Una volta scomparso Montanelli, Cervi si è sentito quasi il dovere morale di difenderlo dalla talvolta subdola, talvolta addirittura plateale cooptazione che i suoi antichi avversari avevamo architettato nei suoi confronti. Anche quando, fallita la Voce, le loro strade si erano per la prima volta separate, Mario e Indro erano rimasti grandi amici, avevano continuato a lavorare insieme e sicuramente avevano parlato anche delle rispettive situazioni: Montanelli a quel Corriere cui un quarto di secolo prima aveva voltato sdegnosamente le spalle, Cervi a quel Giornale in cui nel suo intimo, anche nel momento in cui rassegnava le dimissioni, non aveva mai cessato di essere fedele. Non ho avuto il bene di assistere a nessuno dei loro incontri, ma non mi stupirei se Montanelli, magari in uno dei suoi momenti di depressione, abbia messo in dubbio la saggezza della decisione che aveva preso d'impulso al momento della discesa in campo del Cavaliere, di abbandonare la sua creatura e di diventare, in un certo senso, ostaggio di coloro che aveva combattuto per tutta la vita. E una volta scomparso Indro, Mario ha sentito il dovere morale di difendere la sua figura lineare di liberal-conservatore, restio a tutti i compromessi e cui gli avversari di un tempo stavano ora cercando di cambiare i connotati. Ho trovato quasi commovente la tenacia e l'abilità con cui è intervenuto sul Giornale in difesa della figura dell'amico, e ha demolito le argomentazioni di coloro che volevano appropriarsi del suo personaggio presentandolo in una luce tendenziosa e sbagliata. Questi articoli non sono solo l'opera di un grande giornalista, ma di uno straordinario avvocato; e se si fosse trasformato questo contenzioso in un processo, Mario avrebbe sicuramente stravinto.

Ma, a parte i ferrei argomenti ideologici che porta a sostegno della tesi che Indro è rimasto sostanzialmente sempre eguale a se stesso, e che perciò era non solo disonesto, ma anche un po' vigliacco, tentare di assoldarlo per cause non sue ora che non poteva più replicare, Cervi ha dato, con questi articoli, una eccezionale prova di lealtà nei confronti dell'amico; e consentite a uno che lo ha conosciuto per quasi mezzo secolo che questa, oltre naturalmente alle immense doti professionali, era la sua qualità migliore.

Commenti

Commenta anche tu