Ecco l'archeologia che resuscita nella casa del Risorto

Ecco l'archeologia che resuscita nella casa del Risorto
8 Ottobre Ott 2017 12 giorni fa

I pezzi della collezione Cortese esposti vicino a quadri e affreschi di tema religioso

L'archeologia è la vita quotidiana dei morti. Il tempo non segna soltanto passaggi di civiltà, di epoche, di potenze e poteri: la storia, insomma, attribuisce alle cose lontane la dimensione di ciò che si contempla e non si usa. In un museo archeologico noi vediamo, contempliamo, ciò che in un altro tempo avremmo tenuto in mano, usato: un piatto, una lucerna, un vaso, un portaprofumo, un balsamario, una coppa, integri o in frammenti, proprio come quelli che vediamo nella collezione Cortese a Mondovì. «Muti testimoni», come sono qui chiamati, di persone per sempre dimenticate, oltre il culto dei morti anche a loro un tempo attribuito.

Ogni ombra o memoria di vita si è dissolta, ogni ricordo si è spento, i «muti testimoni» non documentano persone reali esistite, ma i loro nomi, quando sopravvivono in iscrizioni e lapidi, ridotti a flatus vocis. Questo distacco, questa separazione da ciò che è stato, irrevocabilmente, è la conseguenza del tempo breve della vita individuale, che è stata sostituita dalla tradizione i cui contorni sono anonimi. Bastano poche generazioni per allontanarci da una memoria reale, fisica, e per impedirci di avvertire il passaggio da un'epoca all'altra. Lo dice bene Dante, nel XVI canto del Paradiso, parlando proprio dei luoghi diventati «siti archeologici», ovvero città morte cui non servono cimiteri, e si chiamano necropoli, perché anche le città e i loro abitanti sono morti. Tutti non ci sono più, e non c'è più nessuno per ricordarli, che porti loro un fiore. Nelle necropoli non ci sono fiori. È morto anche il culto dei morti. E noi raccogliamo testimonianze utili per la storia che non abbiamo visto, che non ci riguarda: «Se tu riguardi Luni e Orbisaglia / come sono ite, e come se ne vanno / di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia / udir come le schiatte si disfanno / non ti parrà nova cosa né forte, / poscia che le cittadi termine hanno. / Le vostre cose tutte hanno lor morte, / sì come voi; ma celasi in alcuna / che dura molto, e le vite son corte».

Le vite son corte: è così. Così corte che gli oggetti che oggi abbiamo davanti non ci parlano di nessuno, ma sono tracce di persone in un momento storico che si è completamente staccato da noi. Tutto il passato è come il battello ebbro di Arthur Rimbaud, e il passato si fa mito, perdendo ogni residuo umano: «ho visto arcipelaghi siderei e isole / dai cieli deliranti aperti al vogatore: / è in queste notti immense che tu dormi e ti esili / stuolo di uccelli d'oro, o vigore futuro?». Il nostro sguardo attraversa le vetrine senza speranza, non potendo carpire barlumi di vita. Per ritrovare la vita dobbiamo passare da queste reliquie nella collezione del monastero, con paramenti sacri, libri, crocifissi. Di tutta l'antichità, di tutti i grandi uomini di quelle epoche lontane, resta vivo solo il Cristo, il cui potere è stato il sacrificio, come l'ultimo degli uomini. La sua passione, un destino individuale che va oltre il tempo. Il suo potere, la parola. «Et verbum caro factum est». Ernesto Cortese, come lo ricorda Maria Teresa Riggio, si divideva fra l'archeologia e la musica, cercando nella seconda quello spirito che nella prima era svanito.

Il ricordo di lui è vivo.

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