"Le toppe dei Jeckerson ora sono opere d'arte"

Le toppe dei Jeckerson ora sono opere d'arte
8 Ottobre Ott 2017 08 ottobre 2017

L'amministratore del brand: "I disegni compaiono anche su caschi e giubbini"

Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare: parole di Jim Morrison che calzano perfettamente anche sulla storia di marchi con un percorso fatto di tappe attraverso le quali si sedimenta l'evoluzione. È il caso di Jeckerson, storico brand italiano di sportswear fondato a Bologna nel 1995 - merito dei fratelli Alessandro e Carlo Chionna - e dal 2008 di proprietà del fondo inglese Stirling Square Capital Partners. Da sempre è sinonimo di stile non convenzionale, anima sportiva in eleganza rilassata, prodotto sofisticato e autentico made in Italy. L'idea di partenza fu il golf e il desiderio degli appassionati di indossare pantaloni di grande aplomb che avessero però anche una toppa in alcantara perfetta per asciugarsi le mani dopo uno swing. Quella toppa è diventata segno di riconoscimento e dettaglio di stile su cui lo staff creativo punta ancora oggi per segnare la seconda giovinezza di un marchio il cui rilancio è stato affidato all'amministratore delegato Gian Maria Argentini. Lo abbiamo incontrato giorni fa a Milano, in occasione della riapertura dello store Jeckerson in corso Matteotti, dopo un'attenta ristrutturazione. Ecco cosa ci ha raccontato.

Con chi vuole dialogare Jeckerson oggi?

«Con tutti coloro che credono nel potere della personalità. Un pubblico che definiamo smart rebel, con un'età che dai venti ai sessanta si focalizza sui 35. Perciò un consumatore capace di osare e se è il caso di tornare indietro. Vogliamo e possiamo conquistare uomini e donne che fanno della vita un viaggio positivo».

Qual è la chiave contemporanea della celebre toppa?

«Con il claim della nostra campagna, Do Not Go Gentle mettiamo l'accento sullo stile non convenzionale di Jeckerson. In questo senso abbiamo scelto di trasformare la toppa in un'opera d'arte. Abbiamo iniziato collaborando con due artisti calligrafi: Luca Barcellona e Daniele Tozzi. I loro disegni sono finiti anche su un casco da moto e sul dorso di un giubbino di pelle. Sono in vendita nei nostri 35 negozi monomarca in Italia. Allo studio c'è un'altra capsule che realizziamo in collaborazione con diversi artisti e che arriverà nei negozi a settembre 2018».

Non solo pantaloni quindi?

«Al nostro consumatore vogliamo offrire un'esperienza fuori dai soliti percorsi. Vogliamo trasferirgli il coraggio di osare in diversi modi. Proporgli vere e proprie tentazioni che possono partire da un pantalone d'immagine contemporanea con fit asciutto e al tempo stesso confortevole e immancabile toppa magari camouflage. Elementi di stile che dal pantalone si trasferiscono al capospalla: c'è la giacca in denim perfettamente a suo agio nello spirito cittadino, il peacot sottoposto a trattamento frost che estrae dal tessuto tutta la sua grinta mettendo in risalto le cuciture, la giacca realizzata da specialisti ma personalizzata dal nostro team creativo con elementi Jeckerson».

E per le smart rebel cosa avete in serbo?

«Crediamo molto nel progetto donna che stiamo realizzando e che già a partire dalla prossima primavera estate vedrà un'offerta ampia e molto speciale».

Come avete pensato al restyling dello store milanese?

«Abbiamo studiato un nuovo concept con lo studio Meregalli Merlo Architetti Associati e siamo partiti dal flagship store di Milano incastonato nel prestigioso Palazzo Crespi di Piero Portaluppi, con due ampie vetrine su Corso Matteotti. Abbiamo valorizzato al massimo le caratteristiche dell'ambiente ripristinando l'altezza originaria di quasi cinque metri dei locali, riportato alla luce il portone di ferro originario che mette in comunicazione con il bellissimo cortile interno, nella pavimentazione in gres abbiamo richiamato l'effetto di quelle tradizionali milanesi in graniglia e last but not least dato grande rilievo all'esposizione del prodotto allestito su strutture in ferro a tutta altezza».

Come ha fatto a liberare il marchio da un debito di 90 milioni?

«Questa è stata la mia più bella operazione: ci sono voluti quattro anni e sono molto orgoglioso di non aver mandato a casa nessuno né sacrificato alcuna delle nostre risorse umane. È stata un'operazione complessa ma di vera continuità al punto che ora la strada è spianata sulla via del grande rilancio».

La prossima sfida?

«Vendere il brand a un investitore industriale che apporti all'azienda quelle componenti che oggi non ha: una propria struttura produttiva e una distribuzione internazionale».

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