Il surrealismo al Parenti col teatro di Jodorowsky

11 Ottobre Ott 2017 11 ottobre 2017

«Opera panica-Cabaret tragico» nata dall'incontro con lo scrittore cileno: in cartellone fino al 29 ottobre

Antonio Bozzo

«Ho incontrato Jodorowsky lo scorso febbraio nel suo appartamento a Parigi. Il contatto arrivava da Lorenzo Vitalone del Parenti: gli sarò sempre grato per aver fatto da tramite. Dopo avermi fatto accomodare nel salotto-atelier, dove stava dipingendo uno dei suoi quadri di sogni, Alejandro mi ha guardato sorridendo e mi ha detto: devi fare come se io fossi morto e non ti potessi rispondere. Ma i morti ci ascoltano, quindi dimmi tutto. E io gli ho detto tutto». L'incontro straordinario tra lo scrittore e artista cileno naturalizzato francese, Alejandro Jodorowsky, e il regista Fabio Cherstich, ha dato origine allo spettacolo «Opera panica-Cabaret tragico» al Franco Parenti fino al 29 ottobre. Da un testo divertente, assurdo e violento - con Jodorowsky tutto si tiene - di chi negli anni Settanta sconvolse gli spettatori con i visionari film «El topo» e «La montagna sacra».

C'è qualche eco di quei tempi? «Questo testo di Jodorowsky ha come soggetto la ricerca della felicità», dice Cherstich. «Individui che lottano per cambiarsi, per capirsi. Un'umanità grottesca, disperata, cinica. I soggetti delle scene sono categorie universali: ottimisti, pessimisti, instabili, prigionieri, innamorati. Un testo senza tempo. Ciò che lo rende contemporaneo sono la mia lettura e la lettura che ne faranno gli spettatori». Spettacolo più tragico o comico? «Spero nel giusto equilibrio», risponde il regista. «La mia difficoltà maggiore è stata la scelta della cifra stilistica nella recitazione dei quadri che compongono lo spettacolo. Le musiche originali suonate dal vivo, dei Duperdu, hanno giocato un ruolo fondamentale, come colonna sonora ponti poetici tra le scene. Cabaret, teatro dell'assurdo, frammento surrealista si alternano. Una bella sfida».

In scena Valentina Picello, Loris Fabiani, Francesco Sferrazza Papa, Matthieu Pastore con Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf, ovvero i Duperdu, autori e interpreti delle canzoni originali. Per Fabio Cherstich, friulano del 1984 che dirige spesso anche allestimenti operistici, questa produzione del Franco Parenti è la terza regia nel teatro di Andrée Ruth Shammah. «Sono fortunato ad avere Andrée come direttrice artistica: il Parenti è una casa della cultura in cui transitano centinaia di artisti. Con il progetto su Jodorowsky dimostra di credere ancora nelle avanguardie, perché da quelle avanguardie siamo nati. Il nostro autore ha quasi 90 anni, ma è giovane perché capace di parlare con me e la mia compagna, composta di giovani. E i giovani verranno a vederci». Che cosa si può trovare di vivificante in un artista che spopolava epoche fa, il regista la dice bene e in sintesi. «La fiducia nella potenza rivoluzionaria dell'immagine irrazionale che nasce dell'inconscio. L'avanguardia come rifiuto dello sperimentalismo, l'amore per la poesia. In Jodorowsky trovo tutto questo, sono sicuro di non essere il solo». Chiudiamo la chiacchierata chiedendogli un voto in pagella per il teatro italiano tutto. «Do 7 e mezzo - dice il regista - perché non è fermo e sta cercando nuovi spazi e nuove forme».

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