La lezione dei Rosselli e il «Socialisme libéral»

11 Ottobre Ott 2017 11 ottobre 2017

Una mostra all'Archivio di Stato per ricordarne l'insegnamento e gli 80 anni dall'uccisione

Walter Galbusera

A Carlo Rosselli assassinato con il fratello Nello in Francia dai fascisti della Cagoule è toccata la stessa sorte di Giacomo Matteotti. Ricordati da una retorica celebrativa, ma coloro che ne dovevano essere i naturali destinatari non seppero, o non vollero, raccoglierne appieno l'eredità. Rosselli, educato alla tradizione risorgimentale mazziniana, fu uomo di pensiero e di azione. Ne sono la prova l'espatrio di Turati, il volo di Bassanesi su Milano, la sua fuga da Lipari, le brigate di «Giustizia e Libertà» in Spagna. Intervistato a Parigi il 30 settembre 1929 dall'Italia del popolo sul «Socialisme libéral» scritto durante il confino a Lipari, disse: «Io sostengo che il socialismo è rivoluzione morale e in secondo luogo trasformazione materiale. Che come tale può attuarsi sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di attendere il sole dell'avvenire. Che tra socialismo e marxismo non v'è parentela necessaria e anzi ai giorni nostri la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista. Che il socialismo senza democrazia è negazione dei fini primi del socialismo. Nella parola libertà si riassume per me tutto il finalismo socialista». Rosselli non era un «profeta disarmato», sostiene la legittimità di difendere le conquiste ottenute democraticamente e, se necessario, di imporle con la forza, partecipa alla guerra di Spagna, così come va ricordata l'intuizione di un sindacato indipendente e rappresentativo, ma diffidente di uno statalismo invadente e consapevole dei limiti del conflitto nella società moderna, una delle forze principali di progresso. Il marxismo aveva permeato la gran parte del movimento operaio ed era assai arduo avviare un reale cambiamento da parte del gruppo dirigente del Partito socialista. Non a caso Palmiro Togliatti che ben si rendeva conto come il pensiero e l'azione di Rosselli costituissero una minaccia alle mire egemoniche dei comunisti, non esitò a liquidarlo sbrigativamente e con perfetto metodo staliniano, come «un fascista dissidente». Ma i socialisti non portarono a conclusione il processo revisionista e una nuova identità socialista democratica e spiritualmente liberale che avrebbe potuto cambiare anche la storia italiana non riuscì a radicarsi. Il dopoguerra portò alla luce un'Italia ben diversa da quella che Rosselli aveva sognato, in cui un forte movimento di orientamento laburista avrebbe dovuto guidare la rinascita intellettuale ed economica del Paese. Nel rapporto con il Pci, accettato negli ultimi anni dell'esilio e nella Resistenza sulla base di uno stato di necessità, la maggioranza del movimento socialista, anche nel dopoguerra, non riuscì a far emergere una linea di intransigenza morale attorno al concetto di libertà. Scegliendo l'unità di azione con il Pci non seppe capitalizzare il grande successo del Partito socialista italiano alle amministrative del 1946. L'identità politica e culturale del partito apparve debole e contraddittoria, se non subalterna al Pci, proprio nel momento in cui l'Italia era chiamata a compiere scelte che ne avrebbero determinato il futuro. La scissione del 1947 ratificò lo stato di debolezza dei socialisti. Nello stesso tempo il Pci assumeva il controllo di sindacato e movimento cooperativo. Del resto neppure il colpo di stato del 25 febbraio del 1948 a Praga (con l'assassinio del socialista Jan Masaryck), né i processi farsa e le rivolte operaie nei paesi comunisti produssero una rottura tra Psi e Pci.

Nel 1956 le cose cambiarono, ma il danno era fatto. Il socialismo liberale, fino al dibattito sollevato da Bettino Craxi con il saggio su Proudhon, non ha mai avuto spazi importanti nel Psi, fino allora ancora intriso di un marxismo fumoso e culturalmente irrilevante. Ma il tentativo di riavviare un confronto culturale di ampio respiro nella sinistra italiana non ebbe esito felice. Neppure il terrorismo delle Brigate Rosse, la cui matrice ideologica e politica affondava le radici nell'album di famiglia del comunismo provocò un serio dibattito politico e culturale nella sinistra e tra le sinistre riconoscendo, come affermò alla fine degli anni '70 Norberto Bobbio che «le idee che un giovane non ancora trentenne aveva elaborato durante la lotta contro il fascismo, rivolgendosi ad altri giovani come lui, sconfitti ma non piegati, sono tutt'altro che morte». Resta il fatto che a novant'anni quasi dalla pubblicazione di «Socialisme libéral», l'Italia è l'unico Paese europeo a non avere un forte partito dichiaratamente socialista che si alterna o si allea con i moderati alla guida del proprio Paese.

«L'Italia dei Rosselli. Una storia di giustizia e libertà», 11/31 ottobre, Archivio di Stato, via Senato 10. Oggi inaugurazione e conferenza ore 17,30

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