"L'uomo col cappello è mio nonno: conosceva i segreti di Pellizza"

L'uomo col cappello è mio nonno: conosceva i segreti di Pellizza
11 Ottobre Ott 2017 7 giorni fa

Era il farmacista di Volpedo e amico intimo del pittore del Quarto Stato: "Mia madre ha trascritto tutti i suoi diari"

Non c'è sede sindacale o cooperativa sociale in cui non sia appesa una copia del Quarto Stato, l'opera con cui Pellizza da Volpedo diede voce ai diritti del proletariato e all'avanzata del popolo. E ancora oggi, dopo oltre un secolo, ha un non so che di magnetico lo sguardo fermo dell'uomo col cappello, a capo della marcia dei lavoratori. Tuttavia quell'uomo, diventato a sua insaputa icona delle battaglie socialiste, ha il volto di Giovanni Gatti, farmacista, distinto borghese di inizio Novecento, consultato dai compaesani alla pari di un medico (il dutùr) e con le mani tutt'altro che sporche di terra. Era semplicemente un amico del pittore che si prestò come modello per il quadro. Anzi, fu l'unico del quadro a non essere pagato. Tutti gli altri, principalmente braccianti, ebbero una ricompensa perché per posare persero chi una chi due giornate di lavoro nei campi. Giovanni invece lo fece per amicizia. E, a quanto pare, anche per un ideale, come confermò lo stesso Pellizza in una dedica che gli scrisse tempo dopo: «A Giovanni Gatti, a cui mi lega un'amicizia frutto del comune sentire».

A raccontare la vera storia del protagonista della marcia dei lavoratori è la nipote Maria Vittoria Gatti, leva 1969, milanese, che si occupa di comunicazione in campo sociale e culturale. Per anni ha sentito rimbalzare nei racconti di famiglia gli aneddoti sul bis nonno Giovanni senza mai rendersi conto che le sue avventure erano un piccolo tassello di storia. Certo, non abbastanza importante da finire sui libri di testo, ma ricca di avventure e colpi di scena. Se non altro perché incrociò due big: Giuseppe Pellizza e Giuseppe Garibaldi. «Ma tu pensa - diceva Gatti all'amico pittore - se a uno come me dovevano capitare due Giuseppe così: un generale e un maestro». E Pellizza: «Il tuo generale era un gigante, io no». Tutti questi carteggi sono riportati in un libro che Maria Vittoria ha scritto un paio di anni fa: «L'Uomo col cappello, storia inedita di un protagonista». «E pensare che quando dicevo agli amici che l'uomo simbolo di Quarto Stato era il mio bis nonno mi sentivo rispondere Eh si, allora mia nonna è la Gioconda. Ci scherzavo su e basta. Da bambina non riuscivo nemmeno a leggere quello che era scritto nei diari di nonno, la sua era una calligrafia splendida ma davvero indecifrabile».

Un giorno però la mamma di Maria Vittoria si mise di buzzo buono, inserì un foglio A4 nella macchina da scrivere e cominciò a trascrivere tutti quei diari ingialliti. Un lavoro certosino grazie al quale emerse la storia di un uomo che era ben più del farmacista di Volpedo (Alessandria). «Nonno Giovanni nel 1870 era studente alla facoltà di chimica di Pavia. Uscì illegalmente dall'Italia per unirsi all'armata Vosgi, voluta da Garibaldi per sostenere la repubblica francese nella guerra franco prussiana. Nelle pagine del suo diario racconta quell'esperienza. Era un garibaldino, un socialista». «Nonno Giovanni contribuì anche a ricostruire una pagina della storia ufficiale. È grazie alla sua testimonianza che i giornali dell'epoca riuscirono a sapere la verità sulla morte di Pellizza». Il pittore si impiccò nel suo studio, irrimediabilmente provato dalla perdita della giovane moglie Teresa (consunta da «febbri puerperali») e del figlioletto, l'unico maschio, nato morto. Quando, nel 1907, il giornalista dell'«Opinione liberale» cercò di avere informazioni dalla gente di Volpedo, si sentì chiudere la porta in faccia da tutti. Qualcuno gli disse però di chiedere la «dutùr Gatti» che era tanto suo amico. Da lì il racconto, dettagliatissimo: sui suoi primi quadri, sulla morte, sulle preoccupazioni che distrussero Pellizza. «Era come se vedesse quel che noi non riuscivamo a percepire - dichiarò Giovanni Gatti - Questa sensibilità era la sua grandezza e fu l'origine inestirpabile del suo dolore».

Per Maria Vittoria pubblicare il libro con la raccolta dei diari del bis nonno è stato un tuffo nella memoria della sua famiglia ma anche nella storia vera: «Ho cercato di verificare tutto, date e luoghi. Prima di mettermi a scrivere ho letto ogni passaggio, anche assieme ai miei figli, durante un viaggio in treno da Camogli a Parma. E anche loro sono rimasti affascinati. Al più grande i professori hanno anche chiesto la storia di Quarto Stato all'esame di terza media. E ha fatto un figurone». Ovviamente, come accade quando si ha troppa familiarità con le cose, Maria Vittoria non ebbe subito l'idea del libro. Furono due colleghe a farle scattare qualcosa. «Un giorno ero con due amiche in una cooperativa per un appuntamento di lavoro. Sulla parete era appeso Quarto Stato e raccontai del nonno. Ovviamente si fecero una risata. Poi però più parlavo dei diari più si entusiasmarono. Ma sei matta? Devi assolutamente pubblicare la sua storia, mi dissero. Mi aiutarono molto. Un'amica si offrì di ripercorrere in bicicletta tutti i luoghi di Pellizza, da Milano a Volpedo. Ne è nata una mappa, un itinerario che abbiamo allegato al libro».

Grazie a questa ricostruzione, i tre figli di Maria Vittoria hanno un piccolo dono in mano. Possono leggere tra le righe della storia che studiano sui banchi di scuola e magari da grandi capiranno certi risvolti di cui lo stesso «uomo col cappello» si rese conto in età matura: «Un po' me ne vergogno - scrisse Giovanni, disincantato, ripensando all'esperienza da garibaldino e alla battaglia di Digione - ma capii di aver preso parte a un'abile mossa strategica solo molti anni dopo. Forse accade sempre così: partecipi a qualcosa che va molto al di là di quanto tu possa capire ma che, nondimeno, senza di te resterebbe un'idea vuota o monca. Anche con Pellizza è stato così: nessuno dei nostri corpi, nessuna delle nostre storie sarebbe diventata quell'opera d'arte che Giuseppe ha saputo realizzare. Eppure senza i nostri corpi e le nostre piccole storie personali non sarebbe nata alcuna opera d'arte». Una verità silenziosa che fa da sottofondo a tutti i grossi eventi. Ma che solitamente rimane nel sottobosco inedito dei fatti. Tranne per le memorie di nonno Giovanni che, fortunatamente, non verranno dimenticate in qualche scatolone nella cantina della famiglia Gatti.

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