Con Panama e Islanda Cenerentola si merita una ribalta Mondiale

Con Panama e Islanda Cenerentola si merita una ribalta Mondiale
12 Ottobre Ott 2017 12 ottobre 2017

Alec Cordolcini

Piccolo è bello, sulla strada per Russia 2018. Panama elimina gli Stati Uniti dal Mondiale, l'Islanda vince il proprio gruppo davanti a Croazia, Ucraina e Turchia. Per entrambe sarà la prima storica partecipazione alla fase finale di una coppa del mondo. Con i suoi 335mila abitanti, l'Islanda sarà il piccolo paese di sempre a prendervi parte, superando il primato detenuto da Trinidad & Tobago (1,3 milioni). E proprio i caraibici sono stati fondamentali per le fortune di Panama, qualificatasi direttamente proprio grazie alla sconfitta rimediata dagli Usa a San Fernando di Trinidad nell'ultima giornata del gruppo.

In tempi non sospetti Gigi Casiraghi, oggi capo osservatore dell'Inter, disse che «il futuro dei talent scout è a Panama». Il Mondiale rappresenta per lo stato centroamericano il punto di arrivo di un processo di sviluppo iniziato a livello politico ancora prima che sportivo, con l'utilizzo del calcio attraverso investimenti in infrastrutture e professionalità - quale veicolo per sanare il paese dalle scorie lasciate dalla dittatura del generale Noriega. Il punto esclamativo lo ha messo un professore di calcio quale il «Bolillo» Gomez, l'uomo che già nel 2002 aveva portato l'Ecuador al suo primo Mondiale in assoluto. Ma non va dimenticato il lavoro dei predecessori, tra i quali l'ex Cagliari Dely Valdes.

L'Islanda è invece l'unica superstite delle quattro cenerentole di Euro 2016. Fuori Albania e Galles, al play off da non testa di serie l'Irlanda del Nord, sono i nordici gli unici ad essersi confermati. Due anni fa il mondo parlava di favola islandese e loro si arrabbiavano, perché l'ascesa di una nazionale che nel 2010 si trovava sotto al Liechtenstein nel ranking Fifa era frutto di una programmazione strutturata e lungimirante, non di una favorevole congiuntura astrale. Il tempo è stato galantuomo, con la Federazione che ha continuato a investire, redistribuendo a pioggia sul vivaio nazionale e sui club locali i soldi arrivati dall'Europeo. Le stelle sono rimaste quelle di due anni fa: Gylfi Sigurdsson, Aaron Gunnarsson, Birkir Bjarnason. Nel frattempo nessuno di loro si è trasferito in un club di alto livello, né in sede di mercato si è scatenata una caccia al talento della Pepsidelid, il campionato islandese, tutt'oggi al 35esimo posto del ranking Uefa e ancora strutturato su base semi-professionistica. La ricetta è sempre quella: collettivo, organizzazione e piedi ben piantati a terra. Chissà se continueranno a chiamarlo miracolo.

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