Incanta il diario che riapre antiche ferite

Incanta il diario che riapre antiche ferite
12 Ottobre Ott 2017 8 giorni fa

di Ritesh Batra con Jim Broadbent, Charlotte Rampling

Nel suo ultimo numero, il settimanale Film Tv ha dedicato un servizio interessante, dal titolo «Cinema e vecchi merletti», al cosiddetto «cinema per signore», ragionando sul consolidarsi di una determinata filmografia, prettamente senile per soggetti e argomenti trattati, che si è consolidata nel nostro paese, potendo contare su uno zoccolo duro di cinefile. Per capirsi, si possono inserire in questa categoria (furbescamente commerciale) pellicole come Florence, Marigold Hotel, Le regole del caos, per citarne alcune. Aggiungeteci, ora, anche Il palazzo del viceré (ne scrive bene il collega Massimo Bertarelli, in questa pagina), Victoria e Abdul (tra poco nelle sale) e, appunto, questo L'altra metà della storia, tratto dal romanzo «Il senso di una fine» di Julian Barnes, premiato con il prestigioso Booker Prize.

Tony, settantenne separato, padre di una ragazza in dolce attesa, proprietario di un piccolo negozio di macchine fotografiche rare, riceve in eredità il diario di un suo amico d'infanzia, Finn, morto, anni prima, suicida. Glielo ha lasciato la madre di quella Veronica che, ai tempi dell'università, era stata la ragazza di entrambi. Veronica, però, per motivi che non vi riveliamo, non vuole consegnarglielo. Per recuperare il volume, l'uomo dovrà affrontare i fantasmi del passato; in particolare, rivangare la stesura di una lettera, dettata dalla rabbia, che portò a tragiche ripercussioni. E anche il presente, richiede una sua assunzione di responsabilità. Che bel film, ottimamente diretto, che ti cattura dall'inizio alla fine. Un thriller psicologico che consacra il talento del grande Jim Broadbent, caratterista tra i più apprezzati, che qui, in un ruolo da assoluto protagonista, dimostra il suo enorme valore. Certo, la presenza, in scena (pur limitata) di Charlotte Rampling (è la Veronica ormai anziana) contribuisce ad impreziosire la pellicola. Si potrebbe obiettare che qualcosa, nella trasposizione, finisca per penalizzare il libro e magari scontentare chi lo aveva amato. Poca cosa, davanti alla prova di attori capaci, anche solo con il linguaggio del corpo, di trasmettere emozioni.

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