Il ritorno di Robert Plant. "Io, cantante da pub con la testa psichedelica"

Il ritorno di Robert Plant. Io, cantante da pub con la testa psichedelica
13 Ottobre Ott 2017 13 ottobre 2017

Esce il suo nuovo disco "Carry fire". In attesa del tour mondiale

Intanto chiarisce subito: «Non sono io che non voglio rimettere insieme i Led Zeppelin. È un progetto semplicemente irrealizzabile perché non funziona: come abbiamo deciso nel 1980, ci vorrebbe Bonzo e, senza di lui, nulla potrebbe essere come è stato». Da 37 anni Robert Plant deve ripetere la stessa litania prima di poter parlare della propria nuova musica, che oltretutto stavolta merita davvero gli applausi e guai a chi si ferma alla nostalgia canaglia. Carry fire, l'album che esce oggi per Nonesuch, suona come probabilmente suonerebbero oggi i Led Zeppelin alla vigilia dei settant'anni (Plant ne ha appena compiuti 69), sempre curiosi e comunque trasgressivi. Ovvio, mancano anche Jimmy Page e John Paul Jones ma, mutatis mutandis, lo spirito e la voce sono gli stessi di quel tempo e per accorgersene non c'è bisogno di ascoltare la versione del capolavoro rockabilly Bluebirds over the Mountain di Ersel Hickey cantata con Chrissie Hynde dei Pretenders.

Oggi Robert Plant ha boccoli biondi, fa pochissime interviste, non va quasi mai in tv e canta in locali infinitamente più piccoli degli stadi cui era abituato con i Led Zeppelin: «Ho riempito di visti tanti passaporti, mi sento come un marinaio che ha vissuto tante avventure e tanti scenari diversi».

Molti di questi scenari hanno cambiato la storia del rock ma questo misterioso inglese delle Midlands è uno dei pochi che non sia rimasto a godersi gli interessi dei trecento milioni di dischi venduti. Ha inevitabilmente perso qualche ottava nella voce ma si è conquistato sul campo (e con umiltà, bisogna dirlo) il ruolo di «miglior cantante solista di tutti i tempi» che nel 2011 gli hanno attribuito i lettori di Rolling Stone: «Rispetto i miei lavori precedenti ma ogni volta sento il bisogno e la spinta di mischiare il vecchio e il nuovo». Carry fire è esattamente così già dall'iniziale The may queen, che avrebbe potuto stare bene in Led Zeppelin IV o Houses of the holy ma ha un respiro meno cupo e più sognante. «L'ultima canzone in scaletta, Heaven sent, è l'inno del mio modo di essere», spiega lui nell'intervista per rendere l'idea di come la sua voce continui a essere il crocevia di rock, folk, blues, musica mediorientale e celtica. «Quando ha fatto il provino, non riuscivo a capire come mai non fosse ancora diventato una celebrità», ricorda sempre Jimmy Page pensando al loro incontro nei primi mesi del 1968.

Da allora Robert Plant, figlio di un ingegnere civile e di Anne Celia di etnia romanichals (come rom e sinti) è diventato l'ispirazione di superstar come Steven Tyler, Freddie Mercury o Axl Rose, capace, com'è sempre stato, di dolcezza sognante e di aggressività sensuale nello spazio di pochi minuti. Con i Led Zeppelin ha attraversato l'età d'oro del rock, dove per oro si intendono anche i guadagni stellari o gli aerei privati per viaggiare sotto le stelle in mezzo a whisky, droghe a volontà, mobili d'epoca e conigliette griffate Playboy. Ora, quasi mezzo secolo dopo, parla delle Bones of saints, delle ossa dei santi, come in questo brano del nuovo disco che ha l'inquietudine maledetta del blues del Mississippi e il ritmo essenziale, sincopato di un folk inglesissimo e nebbioso. «Avevo dodici, tredici anni quando ascoltavo That's my little Suzie di Richie Valens che è morto nell'incidente aereo con Buddy Holly, era un grande cantante chicano e un grande chitarrista», ricorda oggi mentre si definisce «un chiacchierone cantante da pub con una mente psichedelica».

E in effetti, queste undici canzoni sono il biglietto da visita di una cantante che ha fatto la storia ma prova a rimanere nel presente anche se non sarà trasmesso dalle grandi radio e non finirà sulla copertina di Vogue o Vanity Fair. Ma è rimasto uno degli ultimi a pensare un disco da cima a fondo, a scegliersi una grande band per suonarlo (negli Sensational Space Shifters sono appena entrati anche il violoncellista Redi Hasa e il violinista Seth Lakeman) e a non giocarsi la reputazione quando lo pubblica. Anzi. Poi dite se è poco.

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