Non marciamo su Roma. Ma nemmeno per il Che

Non marciamo su Roma. Ma nemmeno per il Che
13 Ottobre Ott 2017 13 ottobre 2017

Basta con il patriottismo di cartapesta rinato in una Roma neolittoria, e basta coi santini post-moderni morti in terra boliviana

Né con l'anti-Stato né col guerrigliero delle sierre.

È sbagliato dividere sempre l'universo in due: i buoni e i cattivi, i rossi e i neri, la destra e la sinistra. E a volte è persino giusto non stare da nessuna parte. Guardando indietro ai tempi gloriosi delle rivoluzioni, per non guardare avanti in questi tempi di crisi e di divisioni, l'Italia - spaccata in due su ogni cosa come da antico vizio nazionale - è ripiombata in questi giorni nelle stanche celebrazioni degli eroi delle epoche andate, non avendone peraltro da salutare di nuovi. Il passato che non passa mai.

E così, da un parte, ecco risorgere Forza Nuova, la maschera grottesca e impresentabile indossata dalla peggiore ultradestra, che ha indetto una anacronistica e ovviamente contestatissima Marcia dei Patrioti, in programma per il 28 ottobre, nell'anniversario della Marcia su Roma di Benito Mussolini. Mentre dall'altra, ecco rispolverata nell'anniversario della morte, la peggior retorica, falsa e nostalgica - tra mostre, film, trasmissioni tv, copertine giornalistiche - per la figura leggendaria del guerrigliero argentino Ernesto «Che» Guevara, ucciso in Bolivia il 9 ottobre di cinquant'anni fa.

Sulla linea del tempo che scorre all'indietro, tra rimpianto e inattualità, 28 ottobre 1922 - 9 ottobre 1967, la storia celebra stancamente le sue superate stazioni di un'inattuale via crucis. Là si torna a gridare «O Roma o morte!», qui si intona ancora una volta «Que viva el Che!». Com'è bello restare in silenzio.

È fin troppo semplice, e scontato, dirlo. Ma noi non vogliamo stare né da una parte né dall'altra. Al di là delle vecchie destre e delle decrepite sinistre. Oltre i paradigmi e le ideologie. Al di fuori del folklore macchiettistico neofascista e della Revolución turistica alla Cuba libre. L'orologio rotto della storia batte l'ora giusta solo due volte a secolo. Tutte le altre sono solo stecche.

La Marcia su Roma non può e non deve ripetersi. Perché commemorare il prologo di una dittatura è un puro rigurgito anti-storico e anti-italiano. Perché indietro non si torna. Perché, ri-celebrata oggi, è umiliante per coloro che all'epoca ci hanno creduto e offensiva per coloro che l'hanno combattuta. Perché - anche non fosse un atto eversivo - è un gesto stupido. Perché è una marcia che, quand'anche fosse pacifica, rimane un'inutile provocazione.

E così le celebrazioni entusiaste del «Che» non si devono e non si possono più sentire. Perché festeggiare l'eroe col Rolex al polso della «lotta contro l'imperialismo» è un malinconico pianto di un tempo che non fu ma che ci hanno raccontato che fosse. Perché bisogna distinguere tra un utopista Comandante da poster e un sanguinario Guerrillero rivoluzionario. Perché dietro i souvenir e l'icona pop restano centinaia di esecuzioni sommarie, i campi di lavoro forzato per «rieducare» i giovani, le furiose campagne propagandistiche contro la musica e le mode moderne. Perché indietro non si torna. Perché pubblicare «Hasta la victoria siempre» nella pagina dei necrologi sul Corriere della Sera, come è capitato di leggere pochi giorni fa, è più comico che triste.

No. Non si marcia ideologicamente su Roma, ma neppure nostalgicamente con Che Guevara. Non vogliamo scegliere tra fascismi stantii e giovanili ciarpami.

Fra le trionfali parate lungo i Fori imperiali e i tortuosi sentieri della guerra di guerriglia, vorremmo tirare dritto, guardando avanti, a un domani possibile, evitando di ricadere in uno ieri fatto di errori e di orrori. Basta con il patriottismo di cartapesta rinato in una Roma neolittoria, e basta coi santini post-moderni morti in terra boliviana.

Abbiamo avuto la fortuna - noi ventenni negli irripetibili anni Ottanta - di essere stati giovani in un'epoca ricca di idee e vuota di ideologie. Non vorremmo mai diventare grandi, ora che ne abbiamo cinquanta, in un tempo carico di rimpianti e privo di buon senso. E per il resto, ottobre è un pessimo mese per le malinconie. Quali che siano.

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