Quei sospetti su Frattini e Tremonti che tramarono contro il governo Berlusconi

Quei sospetti su Frattini e Tremonti che tramarono contro il governo Berlusconi
13 Ottobre Ott 2017 5 giorni fa

Dagli archivi dell'ambasciata Usa emerge che nel 2011 due membri dell'esecutivo misero in allarme Washington

Si aggiungono nuove tessere nel complesso mosaico che nel 2011 determinò la fine del governo Berlusconi, eletto democraticamente dagli italiani. Una spallata che venne orchestrata a livello internazionale anche attraverso la costruzione di un castello di timori e preoccupazioni. Un clima da ultima spiaggia al quale - in base alle nuove rivelazioni pubblicate da La Stampa - contribuirono forse anche due ministri dell'allora governo Berlusconi.

Dopo il «complotto» europeo» per far cadere il premier italiano di cui parlò l'ex segretario al Tesoro Usa Tim Geithner, dopo l'intervista in cui l'ex premier spagnolo Josè Luis Zapatero raccontò che al G20 di Cannes «l'obiettivo era l'Italia», arrivano ora le rivelazioni contenute nei «rapporti» che l'allora ambasciatore statunitense in Italia, David Thorne, inviava a Washington.

Il primo cable scrive La Stampa è classificato «sensitive» e parte il 31 agosto 2011. Il governo ha appena varato la manovra da 60 miliardi, ma una fonte anonima dell'esecutivo - nei report si parla di un «official» - avverte Thorne che «la seconda misura di austerity potrebbe rallentare la crescita economica italiana ancora di più. L'interlocutore ci ha detto che il governo ha messo insieme la nuova manovra in risposta a condizioni del mercato fuori dal controllo dell'Italia». La fonte italiana manifesta dubbi sui provvedimenti appena presi dal suo stesso esecutivo, confidando che «i numeri sulla crescita sono eccessivamente ottimistici».

Una seconda fonte governativa che parla con Thorne lo allarma ancora di più: «Ci ha detto che, senza una soluzione politica europea alla continua crisi dell'eurozona, l'Italia potrebbe avere bisogno di un'assistenza da Bruxelles nel giro di due o tre mesi», con un bail-out sul modello di quello della Grecia. Il ministro (o funzionario) italiano ritiene che le misure di austerity siano troppo blande e confidino troppo sulle entrate fiscali.

Il 7 novembre Thorne avverte Washington che il governo si trova vicino al collasso, poi invia un rapporto classificato «confidential» dal titolo «Il sole tramonta sull'era Berlusconi». Inizia a circolare il nome «dell'economista Mario Monti» indicato come opzione valutata dal presidente Napolitano (nel libro di Alan Friedman si racconta come «segnali» gli fossero arrivati dal Colle già a giugno). Il 12 novembre 2011 Berlusconi si dimette, arriva il professore della Bocconi. Impossibile naturalmente individuare i nomi dei ministri o membri del governo Berlusconi protagonisti dei dialoghi con l'ambasciatore Usa.

Tra i forzisti di allora si azzardano i nomi di Giulio Tremonti, in quel periodo in aperto conflitto con diversi ministri perché poco incline a coltivare la «collegialità» nelle sue scelte e in rapporti non facili con lo stesso Berlusconi (che pure non ha mai nascosto la grande stima nei suoi confronti). E quello di Franco Frattini (recentemente rilanciato proprio da Berlusconi per un ruolo in un futuro governo di centrodestra) per i buoni rapporti da lui intrattenuti con Giorgio Napolitano. Nessuno, però, è in grado di produrre prove.

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