Guerra in ambasciata: le feluche italiane dopo l'Otto settembre

Guerra in ambasciata: le feluche italiane dopo l'Otto settembre
10 Novembre Nov 2017 12 giorni fa

Ci fu chi scelse Salò e chi il Re. Nel diario di Salzano lo scontro con Anfuso a Budapest

Subito dopo la caduta del Fascismo a seguito della storica seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 e, a maggior ragione, dopo l'8 settembre, in molte legazioni italiane si respirò un'aria di sconcerto e di incertezza sul futuro. A Roma era stato costituito un nuovo governo e il dicastero degli Esteri era stato affidato a uno stimato e importante ambasciatore di carriera, Raffaele Guariglia. L'eco della lotta politica e del duro scontro tra fascisti e antifascisti giungeva attutito nelle sedi diplomatiche italiane anche perché le direttive ministeriali erano stilate come se nulla di straordinario fosse accaduto. Ma tutto ciò non poteva celare preoccupazioni e diversità di vedute fra i membri delle nostre ambasciate e sedi diplomatiche spesso di formazione politica diversa ed eterogenea. Quando, poi, nella tarda serata del 13 settembre si apprese via radio la notizia della liberazione di Mussolini e, qualche tempo dopo, quella della nascita della Rsi le cose precipitarono. Coloro che vivevano all'estero e lavoravano nelle ambasciate o nei consolati ovvero in altre strutture diplomatiche periferiche si trovarono di fatto a dover operare una scelta tra la fedeltà al governo del Re o l'adesione a quello della neonata Repubblica sociale.

Filippo Anfuso, che era amico di Galeazzo Ciano e che all'epoca guidava la rappresentanza di Budapest, optò senza esitazioni per Mussolini e divenne ambasciatore a Berlino. Naturalmente non fu l'unico diplomatico ad aderire alla Repubblica sociale: ve ne furono altri da Luigi Bolla a Saverio Mazzolini fino a Ubaldo Mellini Ponce de Léon ma fu l'unico capo missione, il solo che, in quel momento, reggesse una sede diplomatica. La grande maggioranza del corpo diplomatico italiano rimase fedele al Re e al Regno del Sud: Roberto Ducci, per esempio, che in seguito sarebbe divenuto uno dei più importanti ambasciatori della Repubblica italiana, dopo l'8 settembre, allora giovanissimo funzionario, lasciò Roma, insieme a un altro collega, Antonio Venturini, e, con un lungo e fortunoso viaggio in gran parte compiuto a piedi, raggiunse Brindisi per servire il governo Badoglio.

Comunque sia, la storia delle scelte, che in taluni casi ebbero conseguenze drammatiche, dei diplomatici italiani all'indomani del crollo del regime fascista e della firma dell'armistizio non è stata ancora scritta anche se si tratta di una storia importante per comprendere come siano stati traumaticamente vissuti questi avvenimenti da un settore particolare dell'amministrazione dello Stato, quello del ministero degli Esteri, caratterizzato da sempre da una consolidata tradizione di lealtà governativa e istituzionale. È una storia, peraltro, assai difficile da scrivere perché riguarda, più che una «comunità», le cui vicende sono narrate nella documentazione ufficiale e istituzionale, un insieme di biografie e percorsi del tutto individuali. È chiaro come, in questo quadro, acquistino rilievo e valore di fonte primaria per lo studioso diari e testi memorialistici.

È il caso, per esempio, di un memoriale di Carlo de Ferrariis Salzano dal titolo Storia di una missione straordinaria. Dall'Ambasciata allo Stalag XVII (Castelvecchi, pagg. 188, euro 19,50) pubblicato soltanto ora con una prefazione di Luigi Vittorio Ferraris, una introduzione di Elena Dundovich e una postfazione di Sergio Romano. Si tratta di un documento di grande interesse che non soltanto si inserisce a pieno titolo nella vastissima bibliografia dedicata all'8 settembre ma che racconta, dall'interno e da protagonista, una vicenda che sembrerebbe paradossale e romanzesca, ma che tale non è stata affatto.

Quando fu resa nota la notizia dell'armistizio dell'Italia con gli Alleati appunto in quel tragico 8 settembre 1943 che per molti avrebbe simbolicamente individuato il momento della «morte della patria» Carlo de Ferrariis Salzano, allora un giovane diplomatico non ancora quarantenne, era il numero due della Legazione italiana a Budapest retta da Filippo Anfuso con il quale egli aveva un ottimo rapporto e di cui ammirava l'eleganza, la cultura e la caustica intelligenza. I due avevano lavorato insieme ma l'amicizia si ruppe bruscamente quando Anfuso, seguito da alcuni collaboratori, optò per Mussolini. Si verificò una situazione a dir poco paradossale in quell'Ungheria alleata delle potenze dell'Asse e che combatteva al fianco dei tedeschi in Russia e nei Balcani: per diversi mesi, dal settembre 1943 al marzo 1944, si ebbero a Budapest due legazioni italiane, l'una monarchica e l'altra repubblicana che non solo rappresentavano in maniera diversa gli interessi dell'Italia ma che si combattevano fra di loro. Era una anomalia De Ferrariis Salzano nel suo racconto parla di un semestre di «diplomazia armata» che fu possibile grazie al fatto che il regime di Horthy, per quanto membro del Tripartito, aveva cominciato a nutrire dubbi sulla scelta fatta e a pensare alla possibilità di un illusorio sganciamento dell'Ungheria dalla guerra pur mantenendo un qualche legame di amicizia con la Germania in funzione antisovietica. Fatto sta che la legazione di de Ferrariis, pur alloggiata in locali di fortuna, lavorò intensamente offrendo assistenza e protezione a migliaia di militari italiani bloccati dagli eventi in terra ungherese. La «missione straordinaria» di De Ferrariis Salzano ebbe fine con l'occupazione di Budapest da parte dei nazisti il 19 marzo 1944: lui e i suoi collaboratori, insieme a dirigenti di imprese italiane, furono arrestati e inviati nei campi di concentramento nazisti o nelle carceri «repubblichine», mentre continuò ad operare la sola legazione della Repubblica sociale.

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