Hariri prigioniero di un gioco più grande del Libano

Hariri prigioniero di un gioco più grande del Libano
11 Novembre Nov 2017 11 giorni fa

Sauditi, iraniani e Hezbollah vogliono condizionarlo. Macron a Riad cerca stabilità

Destino storico del Libano, la cui ricchezza e bellezza potrebbero farne il Paese più felice del Medio Oriente, è quello di essere un campo di battaglia su cui si combattono conflitti più grandi di lui. Ostaggio di volta in volta di diversi «protettori» stranieri - un tempo gli Assad siriani, oggi gli sciiti iraniani padrini delle strapotenti milizie locali Hezbollah - il piccolo Paese dei cedri non ha la forza per difendere una sua vera indipendenza e può al massimo ambire a salvaguardarne una parvenza attraverso complesse formule di autogoverno che includano le diverse componenti religiose in cui si divide.

L'attuale premier dimissionario Saad al-Hariri, erede di quel Rafik assassinato nel 2005 in uno spaventoso attentato con autobomba attribuito a Hezbollah per conto di Damasco, è un musulmano sunnita, inviso storicamente agli sciiti e più che mai adesso che il conflitto per l'egemonia in Medio Oriente tra le due declinazioni dell'islam guidate dall'Arabia Saudita e dall'Iran si fa palese. Alla guida di un governo di unità nazionale che include Hezbollah, ha fatto il suo clamoroso passo indietro durante una visita a Riad, capitale del fronte sunnita, dicendosi certo dell'esistenza di un piano per fargli fare la fine del padre.

Il problema è che Hariri accusa di volerlo uccidere proprio Hezbollah, il cui leader Nasrallah ieri come se nulla fosse ha chiesto a Hariri di tornare «immediatamente» a Beirut per esercitare le sue prerogative costituzionali, assicurandogli (bontà sua) che potrà «dire ciò che vuole». Nasrallah sostiene che le sue dimissioni «sono nulle» e accusa i sauditi di averlo sequestrato e costretto a dire ciò che loro conviene.

Mentre l'ipotesi del sequestro di Hariri pare fantasiosa (il premier pensa a salvarsi la pelle presso un protettore per una volta di sua scelta) sembra invece piuttosto evidente che il nuovo leader di fatto di Riad, il giovane erede al trono Mohammed bin Salman, intenda esercitare pressioni sul suo «ospite» libanese nell'ambito di uno scontro per procura con Teheran che a Riad vorrebbero veder coinvolto perfino Israele.

Altrettanto evidente è che la prospettiva di una nuova grave destabilizzazione del Libano preoccupa molto anche i Paesi occidentali più attivi nella regione, gli Stati Uniti e la Francia. In quest'ottica va letto il veloce viaggio di Emmanuel Macron a Riad, dove ha incontrato sia l'erede al trono saudita sia Hariri (il quale peraltro ha avuto colloqui con numerosi ambasciatori occidentali compreso quello italiano, oltre a quello russo). Il presidente francese ha escluso che Hariri si trovi sotto arresto come invece sostiene Hezbollah e ha insistito perché una soluzione politica alla crisi libanese sia trovata in tempi rapidi.

Quanto agli Stati Uniti, il segretario di Stato Rex Tillerson ha messo in guardia «chiunque intenda, dentro o fuori dal Libano, usare il Paese come un terreno di conflitto» e ha espresso a Hariri il suo pieno sostegno.

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