Letteratura nel nome del padre e della madre. Ma orfana della libertà

Letteratura nel nome del padre e della madre. Ma orfana della libertà
12 Novembre Nov 2017 11 giorni fa

Quando sua figlia fece pubblicare in Francia il romanzo, Suite francese, tutti si resero conto che per troppo tempo ci si era dimenticati di Irène Némirovsky

Quando nel 2004 sua figlia fece emergere e pubblicare in Francia il romanzo, pure se incompiuto, rimasto in una valigetta per oltre sessant'anni, Suite francese, tutti si resero conto che per troppo tempo ci si era dimenticati di Irène Némirovsky. Ma la Suite, tragica e abbagliante vicenda autobiografica e insieme affresco di un'epoca raccontati in presa diretta, durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale e appena prima che Irène venisse arrestata e deportata ad Auschwitz dove morì, è solo l'ultimo bagliore, e neppure, a ben vedere, il più rappresentativo, di un talento letterario incredibilmente prolifico.

Se dovessimo stabilire le due principali linee tematiche della sua opera, diremmo che la prima è «paterna» e la seconda «materna». La paterna, a cui fanno riferimento romanzi come David Golder, I cani e i lupi, Una pedina sulla scacchiera, è quella del denaro, degli affari, del vizio, del gioco d'azzardo, ma anche della religione o, meglio, del carattere di chi, a quella religione, l'ebraica, appartiene. La linea materna è invece quella che riguarda il desiderio, la passione, l'infanzia, con i suoi correlati di odio, egoismo, disprezzo, rancore, dolore, infelicità, vendetta e che vediamo messi in scena in romanzi come La nemica, Il ballo, Il vino della solitudine, Jézabel. Il mondo degli affari è però impensabile senza un contesto familiare che da quegli affari ricavano tutti i benefici, ma che sono al contempo causa di infelicità. Così come la psicologia materna - il rapporto madre-crudele/figlia succube e poi vendicativa - non avrebbe un sostegno strutturale senza la debolezza della figura paterna, incapace di vedere come la moglie trama alle sue spalle.

La famiglia è il concentrato di tutto il male e tutto il bene del mondo. Come se la Némirovsky avesse raccolto dall'infanzia fino ai suoi sedici-diciassette anni l'immaginario che utilizzerà per tutti i suoi libri. Parlo quindi del periodo prima dell'espatrio, quando dalla Russia (lei nata a Kiev nel 1903), dopo la rivoluzione d'ottobre del '17, con la sua famiglia furono costretti a fuggire per salvare gli affari del padre, ma anche perché il loro stato sociale alto borghese, oltreché la religione ebraica, era quello maggiormente preso di mira dai bolscevichi. I Némirovsky emigrarono in Finlandia prima (e di questa permanenza resterà traccia in un racconto del 1934, I fumi del vino, in cui si percepisce lo sfinimento di una vita monotona, assoggettata alle leggi di un clima infausto, glaciale, poi nel racconto Magia, del 1938, e anche in uno del 1940, Aino), poi in Svezia e infine in Francia, che fu per Irène l'inizio della libertà, un'esplosione vitale, la scoperta delle proprie risorse (femminili - nel senso di seduttive - e intellettuali, con gli studi alla Sorbona che indirizzeranno il suo talento di narratrice).

Nei suoi ultimi cinque anni di vita, dal '38 al '42, sembra vivere un'ambivalenza esistenziale che si specchierà anche sulla sua scrittura. Da una parte vorrebbe scrivere il Guerra e pace del nuovo secolo, insomma, il suo capolavoro (Suite francese); dall'altra le difficoltà economiche la spingono a chiedere ai periodici di poter pubblicare suoi racconti. La condizione di necessità ha concesso uno scarto alla scrittura di Némirovsky, specie alla scrittura delle novelle, proprio lì dove avremmo potuto sentire una frettolosità, visto che la maggior parte le scriveva per soldi. Eppure, quando non sente l'ansia di dover scrivere il capolavoro sul proprio tempo, narrando la guerra che sente alle porte, la paura, l'ansia, il dramma della vita si avverte più prepotentemente ed efficacemente (e basta leggere il racconto del '40 che qui a lato presentiamo per accorgersi di come, con pochi tratti, riesca a svelarci la complessità di una psicologia, quella della ballerina, che molto ricorda la psicologia di sua madre). Quasi che aprendo una finestra su una situazione specifica, un lampo, una luce ci raggiungessero come una rivelazione.

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