Lo Stato odia le partite iva

Lo Stato odia le partite iva
15 Novembre Nov 2017 8 giorni fa

Studi di settore, tasse, contributi e ritardi nei pagamenti: ecco perché le partite iva sono a rischio povertà. E lo Stato continua a tartassarle

Qualcuno le chiama “i donatori di imposta”. Altri “l’àncora di salvezza dell’Inps”. Altri ancora il “bancomat dell'esecutivo”. E in fondo sono tutte definizioni azzeccate. Le partite Iva sono, e si sentono, l’ultima ruota del carro nelle attenzioni dei vari governi.

Mal rappresentate, vessate, tassate e tartassate, con pochi diritti e molti doveri (fiscali). “Non basta un articolo per elencare tutti gli svantaggi di autonomi e commercianti rispetto agli altri lavoratori”, sorridono quasi in coro i diretti interessati.

Partite Iva a rischio povertà

E pensare che la retorica (politica e mediatica) ha sempre riconosciuto nelle partite Iva e nelle Pmi il “motore dell’Italia”. C’è da crederci. A giugno 2017 la Cgia di Mestre calcolava 2.483.088 autonomi o imprese individuali. Solo nel 2016 ne sono state aperte 502mila: in maggioranza sono persone fisiche (71%), poi vengono le società di capitali (23%) e le società di persone (5,3%). Eppure chi decide di aprire la partita Iva non è più destinato a brindare con lo champagne. Anzi. Sebbene tra il 2013 e il 2015 il reddito medio sia aumentato di 2.600 euro, la media nazionale resta ancorata ad appena 26.248 euro annui. Negli ultimi 8 anni hanno chiuso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato, lasciando disoccupati circa 400.000 addetti. Senza considerare che tra il 2008 e il 2014 il profitto delle famiglie con fonte principale da lavoro autonomo ha perso oltre 6.500 euro (-15,4%) e che il 25,8% di queste vive al di sotto della soglia del rischio povertà calcolata dall’Istat.

Qualche eccezione esiste, certo. Se la passano meglio i milanesi (38.140 euro) rispetto a chi nasce a Vibo Valentia (15.479). In generale, comunque, non proprio dei nababbi. Soprattutto se si pensa che spesso il lavoro è variabile, va rincorso ogni giorno e il rischio di impresa è elevato. Rispetto al passato, oggi gli autonomi stanno conoscendo un processo di “proletarizzazione” della professione: crollo dei redditi, aumento della precarietà e intermittenza lavorativa. “Fino ad una decina di anni fa aprire una partita Iva era il raggiungimento di un sogno: un vero status symbol”, fa notare la Cgia. Oggi invece la via dell’indipendenza non è più una scelta di vita, ma un obbligo dettato dall’incubo della disoccupazione. Secondo una ricerca dell'ufficio studi Confcommercio, negli ultimi sei anni il numero di professionisti indipendenti e free lance è cresciuto del 51,6% (contro il +14,8% dei liberi professionisti e il +5,8% di quelli iscritti agli ordini) con un reddito medio pro capite di soli 16.500 euro.

Studi di settore

“Sono tanti gli ostacoli che ci rendono complicato il lavoro”, fa notare Lino Ricchiuti, leader del Popolo Partite Iva. E non è solo questione di tasse, ma di tutto ciò che gli ruota attorno. Pensate agli studi di settore, il vero nemico numero uno. Da tempo si discute la possibilità di eliminarli e presto entreranno in vigore i nuovi Indicatori Sintetici di Affidabilità (nome diverso, stessa minestra). Lo Stato stima i ricavi o i compensi da attribuire ad ogni categoria di contribuente: se sei commerciante devi guadagnare “x”, se autonomo “y” e via dicendo. Chi esce da questi schemi finisce attenzionato dal Fisco. "Di fatto - spiega Ricchiuti - induce i cittadini ad adeguare le dichiarazioni dei redditi a quella cifra”. Alla fine per evitare controlli fiscali “chi guadagna poco è costretto a dichiarare di più” (pagando però più tasse) mentre “chi guadagna molto può dichiarare di meno” (producendo nero). Un controsenso. "L’anno scorso per fondere bar e negozio biologico - spiega Annarita S'Urso, ristoratrice - abbiamo affrontato spese importanti per i lavori di ristrutturazione. Lo studio di settore però non ne ha tenuto conto". E così gli schemi sono saltati.

Stato cattivo pagatore

A pensarci bene, sul tema della regolarità dei pagamenti lo Stato predica bene e razzola (molto) male. Già, perché le amministrazioni (nazionali e locali) di debiti ne hanno tanti. A miliardi. E a farne le spese sono le stesse Pmi e partite iva cui poi il Fisco non concede sconti. Secondo stime della Banca d’Italia (maggio 2017), lo stock dei debiti commerciali della Pa nei confronti dei fornitori si aggira tra i 64 e i 68 miliardi di euro (cifra di gran lunga sottostimata, dice la Cgia di Mestre). Significa che il 3,8% del Pil viene tolto dalla disponibilità del settore produttivo italiano e finisce col bloccare l’economia del Paese.

Sul sito del Mef, alla sezione "Pagamenti delle pubbliche amministrazioni" (22mila enti registrati), si legge che nel 2016 la Pa ha fatturato 158,9 miliardi di euro per beni e servizi (152,8 liquidabili), saldandone però soltanto 115,4 (solo il 78% del totale). E gli altri 37,4 miliardi che mancano all’appello? Aspetta e spera. Tra i cattivi pagatori risultano anche i ministeri: quello degli Esteri (185 milioni), la Difesa (1,3 miliardi), la Giustizia (661 milioni), il Turismo (210 milioni), il ministero dell'Istruzione (63 milioni) e quello dello Sviluppo Economico (159 milioni). Messi insieme, fanno una finanziaria.

Per legge il termine ultimo di pagamento sarebbe 30 giorni dopo l’emissione della fattura (60 per la sanità), ma la realtà è ben più amara: la Pa in media impiega 58 giorni per saldare il conto, con punte nell'Ausl di Roma che arrivano a 237 giorni. E così gli imprenditori devono chiedere prestiti per tirare a campare, fidi dai tassi elevati e difficilmente ottenibili. Come se non bastasse, quando il governo ha provato a rimediare, la pezza si è rivelata peggiore del buco. Lo split payment sull’Iva (lo Stato la trattiene invece di attendere di riceverla in seguito), infatti, ha ridotto la liquidità a disposizione delle imprese che di solito usavano quelle somme per mandare avanti l’azienda. Cornuti e mazziati.

Controlli

Ovviamente, mentre lo Stato può infrangere le regole, se le partite Iva sgarrano sono guai. Ogni anno (stime della Cgia di Mestre) una Pmi può ricevere 111 controlli (su tasse, sicurezza, contrattualistica, ecc) da 15 diversi istituti. Significa una visita ogni tre giorni, con un quadro normativo che impone ad autonomi e professionisti di vivere in una sorta di incubo perpetuo. “È assurdo - spiega Andrea Bernaudo, fondatore di Sos Partite Iva - che i controlli fiscali possano arrivare anche 5 anni dopo la dichiarazione dei redditi, provocando stress e generando costi non indifferenti”. L’81% delle Pmi, non è un caso, deve ricorrere a consulenti esterni per affrontare la burocrazia e il costo annuo si aggira intorno ai 22 miliardi di euro. In pratica il 41,3% delle micro imprese occupa 3 giorni lavorativi al mese per imbastire gli adempimenti burocratici, mentre il 32,2% ne perde ben 5. Un salasso. Senza contare, peraltro, che il 48% degli accertamenti sostanziali si dimostrano un sostanziale buco nell’acqua.

Solve et Repete

Oltre l’incubo della visita di un agente del Fisco, gli autonomi devono fare i conti pure con l’incostituzionale truffa dei ricorsi. Quando arriva una cartella esattoriale, giusta o errata che sia, il contribuente può appellarsi ai giudici tributari per vedersi riconosciuti i propri diritti. Bene. Peccato debba pagare in anticipo una parte della sanzione che - in linea di massima - potrebbe essere del tutto illegittima. Si tratta dell’incostituzionale istituto del solve et repete: chi fa ricorso deve versare subito 1/3 dell'importo contestato e poi aspettare il pronunciamento del giudice tributario. “In questo modo - spiega Bernaudo - di fatto l’onere della prova ricade sui contribuenti”. Già, perché il Fisco per inviare la cartella si accontenta di produrre deboli prove induttive: la speranza è che il cittadino, viste le lungaggini giudiziarie (il 23% dura oltre mille giorni) e l'obbligo di sborsare l'anticipo, decida di pagare l'obolo senza fare ricorso.

“Se non esistesse il solve et repete - continua Bernaudo - l'Erario si impegnerebbe a inviare cartelle solo nei casi in cui ha prove certe dell’evasione”. Anche perché i dati trimestrali del Ministero dell’Economia certificano che nel 31% dei contenziosi tributari di primo grado il Fisco soccombe, in un altro 11% dei casi finisce pari e patta e solo nel 44% dei casi vince l'Erario (percentuali quasi invariate pure in secondo grado). Sos Partite Iva, che per prima ha denunciato le storture del sistema, ha presentato una proposta di legge (leggi qui) per l'abolizione del solve et repete. Gli obiettivi sono due: spostare il pagamento di 1/3 della presunta evasione a dopo la sentenza di primo grado (in caso di condanna del contribuente) e accelerare il processo di rimborso dall'amministrazione (in caso di sconfitta dell'Erario).

Tasse

Dove non arriva l’Inps, la burocrazia, i ritardi nei pagamenti o i controlli fiscali, ci pensano le tasse. Mai in riduzione. Durante gli sventolati "mille giorni", il governo Renzi ha realizzato riforme fiscali a vantaggio di tutti tranne che degli autonomi: ben 11 milioni di dipendenti a basso reddito si sono visti elargire la mancia da 80 euro; l'eliminazione dell'Irap dal costo del lavoro è stata fatta per le imprese con molti dipendenti, non certo per quelle individuali o per le società di persone; infine, l'abolizione della Tasi ha avvantaggiato le famiglie povere e l'abbassamento dell'aliquota Ires dal 27,5 al 24% le società di capitali. Risultato? Tutti festeggiano, tranne le partite Iva: che si trovano una pressione fiscale tra 54,1% (a Trento) e il 73,4% (Reggio Calabria), con una media del 60,9%. "Gli unici interventi per i piccoli produttori - faceva notare la Cgia ad aprile - hanno riguardato un credito di imposta del 10% dell’Irap per le aziende senza dipendenti, l’incremento delle deduzioni forfetarie della base imponibile Irap, la riduzione dell’Inail e del diritto camerale". Tutto però vanificato dall'incremento dei contribuiti previdenziali degli ultimi anni. Tanto che nel confronto tra le capitali Ue sulla pressione fiscale, peggio di Roma (69,3%) fa solo Parigi (77%), entrmbe ben distanziate da Londra (32%) e da Varsavia (31,2%).

In molti (Lega e Forza Italia in primis) propongono una flat tax unica al 15-20%. Eppure non tutti sembrano apprezzarla: “Non serve - spiega Bernaudo - perché abbassa le tasse a tutti e non solo alle partite Iva”. La proposta, dunque, è quella di stabilire un'aliquota “corporativa” al 15% per i soli autonomi, piccoli imprenditori, artigiani, liberi professionisti e commercianti. Sarebbe l’unico modo per smentire quella che ormai sembra una regola: “In Italia se fatturi, ti massacrano”. E dimostrare finalmente che il Belpaese tiene davvero alla “colonna portante” dell’economia italiana.

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