Roma-Lazio, 17 anni dopo è di nuovo sfida fra «gregari»

Roma-Lazio, 17 anni dopo è di nuovo sfida fra «gregari»
15 Novembre Nov 2017 15 novembre 2017

Di Francesco e Inzaghi si erano già incontrati nel derby ma da calciatori e comprimari. Ora sono protagonisti

Roma Si riparte da 1-1, e sabato pomeriggio sarà quasi uno spareggio. Nella storia moderna del derby di Roma non era mai successo che due allenatori nella fattispecie Eusebio Di Francesco e Simone Inzaghi si ritrovassero di fronte da allenatori dopo essersi affrontati anche in campo. Correva l'anno 1999-2000, che ai laziali evoca il ricordo dell'ultimo scudetto, e gli attuali mister erano rispettivamente a disposizione di Capello e Eriksson. All'andata entrarono nel secondo tempo, a sei minuti di distanza l'uno dall'altro, quando il risultato era già fissato sul 4-1 per i giallorossi; una lezione memorabile che però non impedì ai biancocelesti di continuare a correre verso il tricolore. Al ritorno giocarono entrambi titolari e quella volta fu la Lazio a vincere, un 2-1 che innescò la clamorosa rimonta (da -9 a +1 in 8 giornate) sulla Juve di Ancelotti.

Allora, e per molto tempo ancora, nessuno si sarebbe sognato di rivederli su una panchina di serie A per giocarsi una sfida che, classifica alla mano, ha un vago sapore di scudetto. Il pescarese Di Francesco da giocatore diede il meglio di sé con Zeman, a cui poi si è anche ispirato ma rielaborando i concetti del 4-3-3 in modo del tutto personale. Smise di giocare nel 2005 diventando subito team manager della Roma, incarico ricoperto per un anno. Dirà poi di quell'esperienza: «Me lo chiesero Rosella Sensi e Totti ma non era il mio ruolo». Andò a gestire uno stabilimento balneare a Pescara prima di rientrare nel calcio come direttore sportivo della Val di Sangro, prima di scoprire la vocazione da allenatore e iniziare l'attuale carriera nel 2008 con la Virtus Lanciano.

Anche il piacentino Simone Inzaghi in panchina ci è finito per caso, dopo esserci rimasto a lungo seduto nei suoi ultimi anni da giocatore della Lazio. Aveva fatto parte dello squadrone di Cragnotti e quando nel 2002 l'ex patron della Cirio fu costretto a lasciare il club con una montagna di debiti i giocatori più importanti furono ceduti, mentre quelli che restarono furono costretti a «spalmare» i loro lauti stipendi in cambio del prolungamento dei contratti. Inzaghino andò anche un paio di volte in prestito (Sampdoria e Atalanta) prima di appendere gli scarpini al chiodo. Ma alla Lazio e alla capitale era legatissimo, avendo anche avuto un figlio dalla romana Alessia Marcuzzi, e così rimase a Formello iniziando la sua nuova vita come tecnico degli Allievi Regionali.

Se Di Francesco, ex cursore tutto spirito di sacrificio e disciplina tattica, forse portava già in sé il seme dell'allenatore che è oggi, pensare che i fratelli Inzaghi sarebbero stati capaci di rivoluzionare il loro approccio al calcio passando dall'individualismo del goleador alla prospettiva di chi deve occuparsi degli equilibri di squadra era molto più complicato, tant'è che vecchi compagni come Nesta e Mancini si dicono stupiti e ammirati da questa metamorfosi. Ma se Filippo ha sempre avuto dalla sua il carisma del campione, Simone ha combattuto col fatto di essere sempre stato un gregario. E questo problema ce l'aveva pure Di Francesco.

Hanno remato e remano ancora controcorrente, nella classifica degli allenatori più pagati della serie A il romanista è quarto e il laziale ottavo, entrambi guadagnano meno di un quarto di Allegri. C'è molto in comune tra questi due vecchi ragazzi di 48 e 41 anni che hanno saputo sfruttare le occasioni e sono diventati tecnici di successo. Dopo 17 anni le loro vite parallele tornano a incrociarsi in un derby: si riparte da 1-1, ma stavolta sono loro i protagonisti e non più delle comparse.

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