Città in rovina, riti, mostri. Le visioni di Lovecraft, il prigioniero dei sogni

Città in rovina, riti, mostri. Le visioni di Lovecraft, il prigioniero dei sogni
24 Novembre Nov 2017 20 giorni fa

Raccolte tutte le incursioni dello scrittore nel Regno dell'onirico: qui nacquero le sue storie

Il sogno più impressionante che secondo me fece Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nella sua quarantennale carriera di Sognatore è quello raccontato a J. Vernon Shea in una lettera del 4 febbraio 1934, a tre anni dalla morte. Il più impressionante e inquietante non per ciò che descrive che è assolutamente «normale», ma per il sogno in sé, dato che porta alle estreme conseguenze quel «sogno dentro un sogno» della famosa poesia del suo maestro Edgar Allan Poe. Quanto HPL descrive, infatti, è una sequenza di sogni per così dire a strati, uno dentro l'altro come fossero scatole cinesi, ben cinque prima di svegliarsi, anzi prima di essere veramente sicuro di essere sveglio e di non stare continuando a sognare credendo al contrario di essere infine desto.

Il sogno inizia con la visione di una città «decadente» e «in rovina»; il risveglio avviene in una stanza dove il sole entra da una finestra situata sulla parete ad est, ma si rende conto Lovecraft quella è invece la camera della sua vecchia casa di Angell Street e non di quella dove lui da poco abita in College Street; altro tentativo di destarsi: stavolta la stanza è in penombra, sembra quella giusta, ma non è così: la finestra è sempre ad est e non è assolata dato che, ricorda Lovecraft, nel 1913 venne costruito proprio lì davanti un edificio che impediva la luce diretta; al nuovo disperato sforzo di uscire dal sonno, viene preso da «un vortice che dissolve tutto il mondo visibile», poi pian piano le cose riprendono i loro contorni e HPL si rende conto di essere finalmente nella sua camera di College Street dato che questa volta il sole splende dalla finestra a sud e non più a est, ma la certezza dura poco in quanto tutto sfuma in un «grigiore diffuso»; al quarto spasmodico tentativo di svegliarsi per davvero, la finestra è sempre a sud ma non splende il sole bensì il lucore di un lampione stradale: HPL si alza, sono le quattro del mattino, va in bagno e poi in biblioteca, si rimette a letto e sogna la casa di Angell Street; si ridesta quattro ore dopo, alle otto del mattino, ma, scrive a Shea, non sapendo se è veramente sveglio si alza solo alle quattro del pomeriggio.

Questa odissea onirica, questa «incertezza che viene dai sogni» come avrebbe detto Roger Caillois, questo viaggio attraverso cinque «strati di sogni» (tema reso assai popolare dall'affascinante Inception, del 2010, del regista Cristopher Nolan) è assai più terribile delle città abbandonate, delle paludi infette, degli ambienti inquietanti, dei preti malvagi, dei ferrovieri senza volto, delle mostruosità intraviste negli altri sogni riuniti nel presente libro: qui tutto è banale normalità, stanze familiari, cose note, e l'angoscia deriva solo dal non sapere bene se ancora si sta sognando oppure se ci si è finalmente destati. Si potrebbe dire che si sia trattato di uno di quelli che sono stati definiti dagli psicologi «sogni lucidi», dove per capire la situazione (sogno o son desto?) si fa riferimento a cose familiari come gli orologi o i calendari, qui per HPL (che di questa teoria non sapeva nulla) una finestra che non sta dove dovrebbe stare. I sogni, le fantasticherie, gli incubi qui raccolti in maniera pressoché completa ed esaustiva non soltanto provano la giustezza dell'appellativo di Sognatore di Providence che da sempre si dà a Lovecraft, ma anche che, proprio come nella sua narrativa, in genere l'orrore, l'angoscia, il disagio, la paura non nascono da una visione diretta, ma quasi sempre da qualcosa d'indiretto, d'intravisto, di accennato, di semplicemente immaginato: una sensazione, un'atmosfera, un paesaggio, e da come HPL li seppe descrivere trasmettendo tutto questo al lettore grazie a parole e aggettivi. E anche le poche volte in cui gli orrori sono chiaramente espressi i night gaunts, la Cosa sul campanile, il mostruoso conducente tentacolato del treno rimandano sempre a un che di ancestrale, indefinito, non meglio precisato, in ogni caso inspiegabile. Qualcosa d'immensamente antico, d'infinitamente malvagio. HPL lo fece sempre: qui ai semplici destinatari delle sue missive, ma poi ai lettori dei suoi romanzi, racconti, poesie, che dai sogni prendono spunto, e non soltanto da quelli trasposti direttamente in forma narrativa, ma in genere da tutti, in quanto in ciò che scrisse le linee seguite sono sostanzialmente sempre le stesse.

Quel che colpisce di più, leggendo questa serie di sogni uno di seguito all'altro, è come essi fossero materia quasi preformata e pronta all'uso: certo, alcuni sono caotici, ma altri hanno un inizio, uno sviluppo e una conclusione, nonostante il Sognatore si lamenti della loro incoerenza («La trama dev'essere preponderante rispetto all'atmosfera, altrimenti la storia degenera in semplice fantasticheria», scrive a Rheinhart Kleiner l'11 giugno 1920). Non è così, e non solo rispetto a quello veramente straordinario e in sé unico che fu il «Sogno Romano» sviluppatosi sul piano onirico per tre giorni di seguito, ma anche molti altri.

Questo libro - Oniricon. Sogni, incubi e fantasticherie (Bietti) - unico nel suo genere anche se trae spunto da un volumetto americano, ci permette finalmente di comprendere H. P. Lovecraft «produttore» (o «facitore») di sogni e di racconti sui sogni nel suo complesso. Lo si deve a Pietro Guarriello, il maggiore conoscitore e collezionista italiano del nostro Autore, che ha strutturato l'antologia riunendo praticamente tutte le lettere in cui HPL parla dei sogni e di quel che pensa dei sogni, poi i racconti noti e ignoti che da essi vennero tratti, il tutto accompagnato da un'incredibile serie di annotazioni e spiegazioni: fonti, personaggi, riferimenti mitici, richiami ad altre storie, bibliografie. Di più non si potrebbe chiedere. A corredo finale, un saggio che illumina il lettore sul retroterra dell'attività onirica lovecraftiana dovuto al neuropsichiatra Giuseppe Magnarapa.

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