Eh sì, serve l'archeologia per rendere l'arte davvero contemporanea

Eh sì, serve l'archeologia per rendere l'arte davvero contemporanea
28 Novembre Nov 2017 18 giorni fa

Al Madre di Napoli e alle Ogr di Torino le opere attuali dialogano con i reperti del passato

È una moda, una necessità contingente per attrarre nuovi pubblici o un'autentica urgenza culturale? Si tratta del ripensamento delle politiche espositive, di un tocco di originalità oppure del conclamato fallimento dello specialistico museo d'arte contemporanea?

Da qualsiasi parte la si prenda, la questione è complessa. Partiamo dalla cronaca: l'attuale si mescola alla storia, risalendo addirittura all'antichità e all'archeologia. Fossimo stati negli anni 80, nell'era postmoderna, ciò sarebbe stato congruente al rimescolamento temporale dopo la fine delle avanguardie. Oggi no, il mondo è cambiato, la tecnologia a portata di mano ci chiede sforzi continui di aggiornamento e di previsioni per il futuro. Dovunque tranne che nell'arte. Qui il calendario viene spostato sempre più all'indietro, che solo la storia sembra garantire uno sguardo attento alla produzione del presente.

Da pochi giorni il Madre di Napoli ospita una grande mostra divisa in due parti che, fin dal titolo, abbandona la logica del «contemporaneissimo»: Pompei@Madre. Materia Archeologica. Progetto espositivo assai complesso, di non facile decifrazione, condotto dal direttore del museo Andrea Viliani e dal direttore generale del Parco archeologico di Pompei Massimo Osanna, con il contributo del modernista Luigi Gallo. Tre epoche della storia a far dialogare reperti, materiali e opere, dove la materia archeologica pompeiana funziona da collante e catalizzatore non solo tra epoche, tempi e culture diverse ma anche attraverso i linguaggi. Si parla di «affascinante prossimità tra archeologia e contemporaneità» in un insieme visionario e sublime che include la letteratura, la musica (non potevano mancare i Pink Floyd a Pompei), il teatro, il cinema, le scienze.

Un nuovo «Palazzo enciclopedico» radicato nella nostra cultura mediterranea, in cui il passato sembra dar forza al presente. Per sei lunghi mesi gli spazi del Madre propongono dunque una visione sperimentale e radicalmente diversa rispetto all'originale core business. E le collezioni del primo piano per un anno sono chiamate a interagire con la materia pompeiana, immaginando un processo cominciato oltre due secoli fa e non ancora terminato: ad esempio, la stanza dipinta da Mimmo Paladino con il calco di un uomo che tiene in grembo un bambino, l'installazione di Jannis Kounellis con un gigantesco mosaico del I secolo d.C., la scultura minimalista in ferro di Richard Serra con la statua di divinità femminile del II-I secolo a.C.

Da quando è direttore del Madre, Viliani ha proposto personali di artisti di sicuro valore come Fabio Mauri, Mimmo Jodice, Roberto Cuoghi. Nomi grossi che però non escono dal mero ambito contemporaneo. E solo di questo oggi, in Italia, un museo non vive.

Discorso analogo si può fare a Torino. Le Officine Grandi Riparazioni (Ogr), aperte da fine settembre, inaugurano la programmazione con Come una falena alla fiamma, un'ampia rassegna collettiva dove è ancora l'arte contemporanea per la massima parte dalla collezione della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in una prova «muscolare» persino eccessiva - a interagire con il patrimonio storico della città, cominciando dai capolavori del Museo Egizio che accolgono il visitatore con la dolcezza della storia antica, attenuandogli l'eventuale trauma del presente. In una città che ha visto il fallimento dei luoghi del cosiddetto contemporaneo, con scarsissimo pubblico di fronte a costi insostenibili, la scommessa non semplice sta nel tentare di inserirsi in un cortocircuito culturale ben più ampio, oltre le mostre cool and trendy che danno posizionamento ai curatori e non piacciono troppo ai paganti.

In controtendenza proprio il Museo Egizio, che non ha certo problemi di pubblico, sceglie di aprirsi all'arte attuale, la più tormentata e difficile, proveniente da Siria, Egitto, Libano e Turchia. Anche le statue muoiono, la mostra voluta dal direttore Christian Greco, aprirà l'8 marzo 2018, inedito esperimento di contaminazione questa sì urgente in una fetta di mondo carica di conflitti irrisolti.

Non so come l'esibizione verrà percepita dagli appassionati di mummie; provando però a dare una risposta ai quesiti iniziali, il solo museo che funziona è il museo vivo. Che apre strade, contraddizioni, interrogativi sulla storia di ieri e sull'attualità di oggi. Questo il suo unico vero scopo. Mettere in fila una mostra dietro l'altra, per tendenza, mercato o opportunismo del curatore, davvero non basta più.

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