Vita e fiabe di Orsola Nemi, scrittrice timida e gattara

Vita e fiabe di Orsola Nemi, scrittrice timida e gattara
28 Novembre Nov 2017 20 giorni fa

Un talento a lungo dimenticato. Montale la scoprì e Henry Furst la rese la signora dei salotti. Oggi l’editoria la rilancia con la sua favola più famosa

C’era una volta una ragazza che si chiamava Flora Vezzani, piccola, taciturna, colpita a tre anni da una malattia, la poliomielite, che le rese difficile la vita, ma la fece più forte. Voleva essere scrittrice. E quando lo divenne, nel 1939, anno in cui Eugenio Montale fece pubblicare le sue poesie su Letteratura - rivista sulla quale nessuna donna aveva mai scritto prima - scelse di chiamarsi, di nome, come la santa del giorno in cui era morto, sul Carso, nel 1915, il padre ufficiale. E di cognome, volendo appartenere solo a se stessa, senza essere «di nessuno », Nemini. A cui poi cadde la sillaba finale. E visse, felice e stracontenta, Orsola Nemi.

Orsola Nemi (1903-85) fu, felicemente, molte cose. Fu a lungo compagna e poi moglie del celebre letterato americano Henry Furst, inviato del New York Times trasferitosi in Italia, con il quale visse una relazione perfetta, potendo lei fare a meno degli uomini e non amando lui le donne. Fu amicissima di molti intellettuali del Novecento, che spesso erano ospiti nella casa di Cervo, in Liguria: Irene Brin, Lucia Rodocanachi, Montale e la Mosca, Sigfrido Bartolini, la Manzini, lo stesso Longanesi, Montanelli, Ernst Jünger... Fu infaticabile traduttrice, soprattutto dal francese: Balzac, Saint-Simon, Baudelaire, Flaubert, Maupassant (ma non firmò la traduzione di Bonjour tristesse della Sagan perché lo considerava un libro «troppo stupido»). Fu giornalista per un’infinità di testate, dall’Osservatore Romano (era cattolicissima) al Giornale di Genova e La Gazzetta del Popolo sotto il regime fascista (era della destra conservatrice) fino al Borghese (era amica di Leo Longanesi, con il quale collaborò anche al copione del film, iniziato nel 1943 e mai finito, Cinque minuti di vita).

Fu romanziera: pubblicò, tra gli altri, Maddalena della palude (Longanesi, 1949), ispirato a un antico episodio di stregoneria, quarant’anni prima La chimera di Sebastiano Vassalli; il marinaresco e conradiano Rotta al Nord (Vallecchi, 1955), che i critici dicono sia il suo romanzo più bello; e Il sarto stregato (Ceschina, 1960), storia di un indumento magico, sei anni prima del racconto buzzatiano La giacca stregata, che conferisce a chi lo indossa il talento dello scrittore... Scrisse anche racconti (nel 1958 osò rifiutare il Premio Femminile Bagutta per la raccolta I gioielli rubati perché non accettava la distinzione fra letteratura «maschile » e «femminile»). E soprattutto amò molto -scrivendone altrettantele favole. Ecco, le favole. Incline alla vita ritirata, amante delle piante e dei libri (di cui riempiva la casa di Roma, a Trastevere, e poi a Recco nella Torre, a Cervo, e infine nella villetta di La Spezia), così riservata da intitolare il suo diario del decennio 1955-65 pubblicato nel ’69 per le Edizioni del Borghese Taccuino di una donna timida, ma così intransigente da attaccare -un esempio fra tanti- il «nuovo» gusto delle arti «per l’incongruo, l’istintivo, il caotico », Orsola Nemi scrisse moltissime favole (pubblicandone parecchie a puntate su La Gazzetta dei lavoratori, in una sezione speciale per i bambini, firmandosi il Gufo delle Torre), tra le quali, particolarmente lunga e particolarmente elegante, Nel paese di Gattafata, uscita da Documento editore nel ’44 (in una rara edizione illustrata da De Chirico) e che oggi ritorna leggibile grazie a Bompiani. E chissà, magari è l’inizio di un repêchage d’autore.

Comunque, ecco la favola bella della gattara Orsola Nemi, la quale precipita il lettore in una Mise en abyme in cui l’Autrice introduce un Narratore il quale si trova in una casa misteriosa dove degli strani personaggi raccontano di una strana avventura accaduta a una bambola e i suoi amici, finiti dentro il paese di Meraviglia, inseguendo un gatto saltato dentro un quadro... È la notte dell’Epifania, e la favola narra di un fiabesco viaggio della bambola Vanetta e del suo amico Gianni Feltro, «il portatore di sonno», che li condurrà davanti alla grotta di Betlemme, dove la tradizione della fiaba incrocia la narrazione evangelica. Andata rocambolesca e felice ritorno, è una discesa fantastica in un universo parallelo a quello della scrittrice, pieno di animali di tutti i tipi, di fiori, frutte e ricami (la Nemi era anche autrice di ricette di cucina e articoli su «pizzi e ricami» ospitati da Rakam), e poi teiere parlanti, ghiandaie pettegole, alberi magici, lo spirito del fuoco, i Re Magi, le personificazioni dei venti, e poi sogni, incantesimi e «un pesce vecchissimo che si chiamava Adamo, appunto perché era nato ai tempi di Adamo e si ricordava del Paradiso Terrestre» e soprattutto di gatti, fra cui la Gattafata Marfisia, una grossa gatta nera dal manto luccicante, «istruita, dignitosa, abituata a comandare»...

«Non fu solo un legame affettivo quello che unì Orsola ai gatti: fu molto di più», scrive nella nota finale alla fiaba Maurizio Rotta Gentile, nipote di Henry Furst, che si ricorda molto bene “Orsoletta”. «Possedevano ai suoi occhi tutte le sfumature dell’animo umano: enigmatici e misteriosi, dotati di sentimenti femminei come di virili passioni, coraggiosi o malandrini, virtuosi o passionali; ma ciò che amava particolarmente dei gatti era la loro autonomia, il fatto che fossero creature assolutamente libere e capaci di badare a se stesse». Che è un ritratto perfetto per i gatti. Ma anche per certe loro padrone.

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