Gloria, storia e bilancio. Ecco perché la Roma non può fare la stupida

Gloria, storia e bilancio. Ecco perché la Roma non può fare la stupida
5 Dicembre Dic 2017 9 giorni fa

Una vittoria col Qarabag per passare il turno. De Rossi: "Che bello in un girone così difficile"

Roma - Passare il girone di Champions League non sarebbe una novità per la Roma, che nelle precedenti partecipazioni ci è riuscita 7 volte su 9. Stasera le basterà battere il Qarabag per migliorare la statistica, e se nel frattempo l'Atletico Madrid riuscirà a non perdere sul campo del Chelsea i giallorossi potrebbero addirittura chiudere al primo posto, come seppero fare solo nel 2008-09 e proprio a spese dei «blues» londinesi. Dal punto di vista dell'amministratore delegato Umberto Gandini il discorso potrebbe anche finire qua: in un modo o nell'altro bisogna passare il turno e mettere le mani, più o meno, su un'altra dozzina di milioni tra bonus partita, bonus per l'accesso agli ottavi, incassi al botteghino e market pool.

Ma il calcio non è solo questione di statistiche o di bilanci, e non è un caso che la chiave di lettura più interessante la offra Daniele De Rossi, uno che ha cuore e polmoni per combattere sul campo (a volte anche troppo...) ma pure abbastanza cervello per capire il senso dei suoi combattimenti: «In Champions la dimensione della Roma non consente voli di fantasia perché ci sono squadre molto più attrezzate per la vittoria finale - ha detto il capitano - in 16 anni questa competizione mi ha regalato serate di gioia così come figuracce. Di sicuro però un girone così difficile non l'ho mai passato. Se dovessimo riuscirci sarebbe molto importante per l'immagine europea del club e una delle mie pagine più belle in Europa».

Per De Rossi quella di stasera sarà anche l'occasione per riprendersi la squadra dopo averla tradita con l'espulsione di Marassi. Il suo raptus ha spaccato la tifoseria ma non la curva sud, compatta come al solito nel restargli a fianco: «Il loro striscione mi ha fatto molto piacere, ero a casa e quando l'ho visto sono stato felice. Giocare fino a 40 anni per ripagarli? Meglio non fare promesse perché nel calcio non sempre dipende tutto da te. In questo momento più che a giocare nel nuovo stadio penso a qualificarmi per gli ottavi. Questo sì, che dipende da noi».

Lui ed Eusebio Di Francesco sono perfettamente d'accordo sul come fare. «È una partita che va aggredita fin dall'inizio», ha spiegato l'allenatore che per l'occasione riavrà anche Nainggolan e Perotti e ha chiesto un sacrificio all'acciaccato Kolarov. De Rossi ha annuito: «Non è diversa da un derby o da un Roma-Juve, sono partite importanti che dal punto di vista tattico sono delineate, bisogna aggredirli e vincere. Noi quest'anno affrontiamo tutte le partite in modo simile e questo ci ha dato grande convinzione. Non abbiamo da scegliere tra una partita di contropiede o offensiva, bene o male siamo questi e credo sia uno dei nostri punti di forza in questa stagione».

Sembra una frecciata a Spalletti da uno dei suoi ex pretoriani, uno di quelli che a giugno ha più accusato il colpo del suo addio, ma in realtà la stima è intatta. «Avevo ragione a essere preoccupato - ha rivendicato Daniele - in quei giorni se ne parlava come uno sprovveduto ma anche se qualche casino con Totti l'ha fatto sostituirlo era complicato. Non impossibile, per fortuna: facciamo gli scongiuri, ma i primi 6 mesi di Di Francesco sono i migliori primi 6 mesi di un allenatore della Roma. Quest'anno purtroppo corrono tutti ma viaggiando a questo ritmo l'anno scorso avremmo vissuto mesi da capolista».

Il discorso, insomma, scivola quasi involontariamente sul campionato. Come se stasera fosse una parentesi: importantissima, prestigiosa, forse addirittura essenziale per far quadrare i conti e magari permettersi un rinforzo a gennaio, ma pur sempre una parentesi. L'obiettivo vero si chiama scudetto e De Rossi, che non l'ha mai vinto, a modo suo ammette di crederci: «Dire che non smetto finché non lo vinciamo sarebbe da folli, però se pensassi che qui non ci sono possibilità sarei già altrove».

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