Settant'anni di scontri per Gerusalemme capitale

Settant'anni di scontri per Gerusalemme capitale
5 Dicembre Dic 2017 11 giorni fa

Luogo simbolo di tre religioni, Gerusalemme è una città eternamente contesa

I palestinesi la chiamano Al-Quds, la città sacra del futuro stato nazionale. Per gli israeliani è Yerushalaym, capitale unica ed eterna dello stato ebraico.

Luogo simbolo delle tre religioni monoteiste, Gerusalemme, che per i musulmani rappresenta la prima direzione di preghiera (poi sostituita dalla Mecca), è uno dei nodi chiave su cui da più di mezzo secolo si arena ogni negoziato.

Per 20 anni un filo spinato ha diviso Al-Quds e Yerushalayim alla stregua di una Berlino mediorientale. Nel 1967 l'esercito israeliano conquistò la zona est della città, la Gerusalemme araba cuore dei Luoghi Santi. Da allora la comunità internazionale considera la parte orientale territorio occupato.

Qui sorge la Città Vecchia, dove la Moschea di Al-Aqsa e il Muro del Pianto si sovrappongono in un'archeologia che è anch'essa uno dei volti del conflitto. Qui una trentennale battaglia urbanistica e demografica contrappone residenti arabi e coloni israeliani al pari della lotta politica.

La proclamazione di Gerusalemme est come capitale di un futuro stato palestinese è una delle condizioni base poste dall'Autorità nazionale palestinese per un negoziato di pace. Nel 1947 il Palazzo di Vetro tentò una definizione normativa del problema palestinese con la risoluzione n. 181, che sancì la divisione della Palestina in due stati, arabo ed ebraico, e in una zona a regime internazionale comprendente la Città Santa.

Il progetto prevedeva la costituzione di Gerusalemme come corpus separatum sottoposto ad un Consiglio di amministrazione fiduciaria in nome delle Nazioni Unite. Il Cda avrebbe dovuto elaborare uno statuto valido per 10 anni e designare un Governatore incaricato della gestione operativa, compresa la tutela dei Luoghi Santi. Il piano dell'Onu non trovò mai applicazione, suscitando accese resistenze da entrambe le parti.

Con la guerra del 1948-49 si giunse, in seguito, alla drammatica divisione di Gerusalemme: una linea nord-sud con filo spinato, guardie e muri di cemento separò la parte occidentale, annessa ad Israele, da quella orientale, controllata dalla Transgiordania. Gli ebrei che avevano dovuto lasciare la Città Vecchia non poterono pregare al Muro del Pianto; la minoranza araba che viveva nei quartieri a ovest fu costretta ad andare via di lì, rifugiandosi in quello che divenne il campo profughi di Shufat.

Malgrado le Nazioni Unite avessero proposto a più riprese la questione dell'internazionalizzazione della Città Santa, nel 1949 il primo ministro David Ben Gurion ne proclamò l'integrazione ufficiale nel territorio nazionale. L'anno successivo la capitale fu trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme. La situazione fu repentinamente mutata dalla guerra dei Sei Giorni del 1967, che determinò una vera e propria rivoluzione dei confini territoriali: l'esercito guidato dall'allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin ottenne il controllo della Cisgiordania, della penisola del Sinai, della striscia di Gaza e delle alture del Golan.

All'alba del 7 giugno gli israeliani espugnavano la collina di Ammuniton Hill: la strada verso il cuore di Gerusalemme era ormai spianata. I soldati con la Stella di David entrarono nella Città Vecchia dalla porta di Santo Stefano. Il generale Motta Gur esultò: "il Monte del Tempio è nelle nostre mani".

Alla fine del mese la Knesset decretò l'annessione dell'intera Gerusalemme così riunificata. Le autorità israeliane si impegnarono a garantire l'autonomia confessionale e amministrativa delle comunità religiose presenti, specie riguardo alla gestione dei Luoghi Santi. Nel frattempo, con l'obiettivo di mutare gli equilibri demografici, avviarono una politica di espansione della municipalità nella zona est, favorendo la costruzione di nuovi quartieri abitati da immigrati ebrei.

La "madre di tutte le colonie" avrebbe dovuto riassestare la composizione della popolazione, impedendo che la percentuale araba salisse oltre il 22%. Un obiettivo mancato, sebbene tenacemente perseguito nel tempo: stime non ufficiali parlano attualmente di un 30-35% di palestinesi, il cui numero sarebbe destinato ad aumentare, secondo le previsioni degli esperti, fino ad un 55% nel 2040.

A ciò si aggiunge il problema del regime giuridico degli arabi della parte orientale, costretti a scegliere tra la cittadinanza israeliana e lo status di stranieri residenti. La maggior parte rifiutò una naturalizzazione che avrebbe comportato, dal loro punto di vista, la legittimazione dell'occupazione di Israele. "Stranieri in patria", denunciano oggi restrizioni edilizie, revoche in massa della residenza permanente e una rigida normativa sulle riunificazioni familiari.

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